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03 dicembre 2011 • 14:36 • Scritto da emanuele.r

Albert Nobbs, Glenn Close nei panni di un uomo

Film di chiusura fuori concorso del festival di Torino, il film di Rodrgo Garcìa si basa tutta sulla performance dell'attrice in un ruolo maschile, ma spreca il potenziale del racconto.
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Glenn Close nella sua ricca e preziosa carriera d’attrice ha sempre avuto un sogno: interpretare al cinema Albert Nobbs, il personaggio creato dallo scrittore irlandese George Moore che all’inizio degli anni ’80 aveva già portato a teatro. A realizzare questo sogno ci pensa Rodrgio Garcìa, regista diviso tra cinema e tv capace spesso di bei ritratti femminili: solo che in questo film, scelto come film di chiusura fuori concorso del Torino Film Fest 2011, il gioco gli riesce molto meno bene.
Albert Nobbs, maggiordomo di un prestigioso hotel di Dublino della fine dell’800, in realtà è una donna, costretta a travestirsi per trovare lavoro e sfuggire alla miseria della sua condizione. La sua vita però cambia quando incontra Hubert, donna travestita per ragioni simili che però è riuscita a sposarsi con un’altra donna. L’idea di sistemarsi e aprire una tabaccheria coi suoi risparmi lo spinge a corteggiare la bella cameriera Helen. La stessa Close e John Banville sceneggiano il soggetto di Istvan Szabò e Gabriella Prekop per farne un dramma sociale e sessuale sull’identità della donna.

Come la pièce e il racconto, anche il film pone al centro il contrasto ancora presente nel 21° secolo tra quello che si fa e quello che si è, centrando il discorso soprattutto sul genere, sulla sessualità negata alla donna, sulla dignità del lavoro femminile che ha impiegato secoli prima di divenire paritaria: in sottofondo corre poi una riflessione sui sogni e i desideri legati al lavoro, all’onnipresente denaro e alla propria realizzazione che ricordano le atmosfere di Quel che resta del giorno di Ivory (tratto da Ishiguro). Peccato che Garcìa preferisca concentrarsi sulle sfumature melodrammatiche del racconto, sul triangolo tra Albert, Helen e Joe, più che sui suoi risvolti grotteschi e “politici”, vanificando così il potenziale di partenza.
Se solo la sceneggiatura avesse deciso di maltrattare un po’ di più l’opera scritta, magari tagliando qui e là, forse non si avrebbe la sensazione di assistere a uno sceneggiato HBO meno interessante; d’altronde è dalla rete via cavo americana che il regista arriva e se va bene nel modo in cui tratteggia gli sguardi e le sfumature dei personaggi, funziona meno nell’andamento e nell’impatto sullo spettatore. Che resta freddo di fronte a un film che è il trionfo di Glenn Close, film suo più che di chiunque altro, ma anche la sconfitta di un’idea di cinema che vorrebbe graffiare la società e invece accarezza solo la vanità di un’attrice.
Ma per Screenweek il festival non è finito, continuate a seguirci.

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