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Roma 2011: ScreenWeek intervista Sabina Guzzanti

Di laura.c

Che fosse la Signora Cecioni o la signorina snob, attrice di teatro, di cinema o di tv, comica o drammaturga, Franca Valeri è un volto, una voce e un personaggio noto a tutte le generazioni. Conosciuta dai più per i suoi sketch, pochi conoscono però la completezza e l’importanza del suo percorso artistico, nato da subito ad altissimo livello in quanto prima importatrice del cabaret in Italia insieme al Teatro dei Gobbi. A questi lati meno conosciuti della sua carriera e all’impegno tutt’oggi profuso con passione  e attivismo nel teatro, Sabina Guzzanti ha voluto dedicare il documentario  Franca la prima, presentato al VI Festival Internazionale del Film di Roma  nella sezione L’Altro Cinema – Extra. Più che un’opera di archivio e di  ricerca, un omaggio spontaneo, realizzato in soli 6 giorni di riprese sull’onda  di eventi come l’occupazione del Cinema Palazzo e del Teatro Valle di Roma. Iniziative  a cui la Valeri ha partecipato per gridare a gran voce la sua indignazione  verso il declino dell’arte e della cultura. Lo stesso declino che oggi rende difficile perfino a lei lavorare e portare in scena i propri testi, nonostante la sua levatura autoriale. Ed è così che lei stessa ha detto di voler essere ricordata, presentando il documentario alla kermesse capitolina, come “una Franca Valeri che nonostante l’età, continua a lavorare”.

Sabina Guzzanti, come è nata l’amicizia con Franca e come è nato questo film?

Beh diciamo che Franca Valeri la conosco già da un  po’ di tempo. Sono andata più volte a vederla a teatro e poi, quando ho fatto il programma La posta del cuore, l’ho anche invitata in trasmissione. Ma in generale l’ho sempre ammirata e seguita come tantissimi. Due anni fa ha compiuto 90 anni e ho pensato che sarebbe stato giusto rendere omaggio al suo lavoro. In televisione le hanno dedicato vari tributi, vediamo spesso pezzi del suo repertorio, però non una riflessione critica su quello che ha fatto e su quello che fa tuttora. E il punto focale di questo film è proprio ciò che fa ora, perché è importante il modo in cui si prosegue la propria carriera. Il vero artista si riconosce da come continua a lavorare sempre con la stessa passione. E non è retorica: significa che hai davvero un interesse, che stai davvero cercando qualcosa e che questa ricerca è importante nonostante la stanchezza. Anche se c’è da dire che Franca Valeri non si stanca mai! Non solo continua ad andare in tournée, ma non salta una cena dopo lo spettacolo, il che è molto pesante, a volte non ce la faccio neanche io. È il piacere di parlare con glia attori, che diventano un po’ la tua famiglia, di condividere, di rilassarsi insieme. E lei lo fa fino in fondo perché le piace vivere così, piuttosto che ritrarsi in un’esistenza borghese. In effetti, quello che emerge da questo documentario è quanto sia eversiva la Valeri, ad esempio quando dice che il rapporto di amicizia è più importante del rapporto di coppia, o la sua posizione rispetto al fatto di non avere figli. Anche io non ne ho, però di solito ci si sente sempre dire che una donna ha bisogno della maternità per realizzarsi. Si viene sempre spinti a dover diventare come gli altri, ad essere un gregge: è questa forza enorme di Franca Valeri di resistere che ammiro enormemente e che ho voluto mostrare nel documentario.

Un’altra delle cose belle del documentario, però, è che evidenzia come c’era una tempo in cui Franca Valeri poteva essere in televisione, ed esserci regolarmente.

Sì, si vede chiaramente come la televisione di  quell’epoca fosse fatta con un altro scopo. E soprattutto da persone che si domandavano come il mezzo potesse migliorare la società. Naturalmente avevano un loro punto di vista, ma in questo non c’è nulla di male: l’importante è porsi questa domanda. Poi si può sbagliare e spesso le cose evolvono a prescindere dalle intenzioni, ma almeno dal confronto di queste intenzioni viene fuori qualcosa di democratico. La televisione di oggi invece ha l’unico scopo di vendere la pubblicità, come si capisce dall’attenzione maniacale per gli ascolti. E focalizzarsi sulla pubblicità significa che i suoi fautori non si rivolgono a dei cittadini ma a dei consumatori, assumendo un atteggiamento di sfruttamento nei confronti dei loro simili, che è una cosa orribile. Rendono le persone passive: i programmi sono fatti al 90 per cento per non far pensare la gente, per rilassarla così quando arriva la pubblicità è bendisposta, anzi quasi contenta, visto che spesso è più interessante della trasmissione stessa.

Lei era già stata all’Auditorium di Roma in un’occasione importante.

All’Auditorium ci fu la famosa seconda puntata di Raiot, il programma censurato dalla Rai e da Mediaset. A quello spettacolo vennero tantissimi comici, ci fu molta solidarietà anche da parte dell’opinione pubblica. Dentro eravamo in 15mila, e altrettante persone rimasero fuori, per cuiall’esterno furono installati dei maxischermi. È stato molto emozionante per tutti, andò oltre ogni possibile aspettativa, e ogni volta che vengo qui non posso fare a meno di pensare che anche questo è cambiato. In quel momento sembrava che le cose potessero andare diversamente: con tute quelle persone unite, sembrava impossibile che accadesse quello che poi, invece, è successo lo stesso, perché abbiamo un problema di democrazia.

Franca Valeri la vede come sua erede, come si sente in questo ruolo?

È una cosa molto carina che lei dice, ma non c’è nulla da ereditare. O meglio, la sua è un’eredità di idee, e quindi la sta lasciando a tutti. Con questo non intendo scaricare gratuitamente i film, che è un altro discorso. Voglio dire semplicemente che quando si mette un’idea in circolo è a disposizione di tutti, per forza di cose. Perciò oggi, tutti quelli che inventano delle maschere, che dalla realtà riescono a estrapolare delle figure tipiche e significative, sia che lo facciano bene o che lo facciano male, devono qualcosa a Franca Valeri, la prima in assoluto a farlo.

Il cinema, o il suo cinema, può aiutare la televisione di oggi?

Il mio non è assolutamente un cinema fatto per aiutare la  televisione. Penso però che i miei film siano un documento importante dell’Italia di oggi. Penso che se qualcuno si domanderà come è successo, quali erano i meccanismi, i discorsi che si facevano, come siamo potuti arrivare a questo punto, guardando i miei film potrebbe trovare qualche risposta.

A proposito della realtà di oggi, tornando a Draquila, è più stata a L’Aquila e ha intenzione di fare un supplemento di inchiesta?

A L’Aquila tornerò già domenica per un convegno sulle mafie. Le inchieste su L’Aquila si fanno ancora, Report le ha dedicato un servizio in cui si spiega chiaramente come il famoso decreto Abruzzo, che è quello che ha legalizzato il gioco d’azzardo, in realtà ha portato soldi ovunque tranne che nelle zone colpite dal terremoto.

Oggi il cinema, ma in generale tutta la cultura italiana, è sommerso dalla commedia, dalla comicità, dalle risate. Sembra diventata quasi una nuova dittatura culturale. Ma in queste risate non ce ne sono molte che vengano dalla satira.

Si può ridere in modo stupido, non è che la risata sia di per sé una medicina: durante il Fascismo c’erano tante vignette contro Mussolini. Ridere non fa la differenza, è prendersi la responsabilità che fa la differenza, riuscire a esprimere un punto di vista sulla realtà. Di programmi comici ce ne sono tanti, ma a me non fanno ridere.

Progetti per il futuro?

Non progetto molto, le cose che faccio sono molto estemporanee: mi vengono dal fatto che mi appassiona la vita e quello che mi succede attorno. Perciò il più delle volte mi trovo nelle cose. A volte si trasformano in attività politica, a volte in film, altre in dibattiti… Di sicuro non sto mai con le mani in mano.

Il documentario si conclude con un’incitazione alla violenza da parte di Franca Valeri. Ovviamente è un’incitazione simbolica diretta agli occupanti del Teatro Valle. Ma che tipo di azione servirebbe, secondo lei, dal punto di vista culturale nell’immediato?

Il gesto dell’occupazione è già di per sé un gesto di disobbedienza, anche di violenza in un certo senso. Nel caso del Valle si sta impedendo che venga venduto e privatizzato e trasformato in chissà che, com’è successo a Milano dove il Ciak, un teatro storico, è stato convertito in mini appartamenti e non c’è stata alcuna sollevazione. Ugualmente, a San Lorenzo, un cinema storico stava per venir trasformato in sala giochi ed è stato fermato. Il nostro è stato un gesto di violenza simbolica, perché per occupare devi sfondare delle porte, devi cacciare delle persone e dire “qui voi non entrate più”. Però abbiamo bloccato un gesto più violento e pericoloso: quello che si stava facendo era illegale, non c’erano né permessi né autorizzazioni ed era contro il piano regolatore, contro il buon senso e contro la vita di tutti noi. Ma questo è ciò che bisogna fare quando le leggi sono delle “non leggi” che non valgono per tutti ma per pochi, diventando la contraddizione del principio di legge in sé. Bisogna prendersi la responsabilità di ciò che succede. Per troppo tempo, e ancora adesso, le persone hanno aspettato che succedesse qualcosa, che arrivasse il volto nuovo, un nuovo partito. Non è così che le cose cambiano, cambiano tutte le volte che qualcuno si prende la responsabilità e fa lo sforzo di cambiarle.

Cinema chiusi fino al 5 marzo, QUI gli ultimi aggiornamenti.


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