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Pezzi di cinema, La guerra dei mondi (1953)

Di Marco Triolo

Alla fine del XIX secolo nessuno avrebbe creduto che le cose della Terra fossero acutamente e attentamente osservate da intelligenze superiori a quelle degli uomini…

Quando “La guerra dei mondi” di H.G. Wells fu pubblicato in forma serializzata nel 1897, nessuno avrebbe immaginato l’impatto e l’influenza che quel romanzo avrebbe avuto sull’immaginario collettivo del nascente Ventesimo Secolo. Più di un centinaio di anni dopo, eccoci qui a parlarne ancora, con alle spalle decine di film e romanzi su visitatori alieni di ogni risma, buoni e cattivi. Tre sono gli adattamenti celebri del romanzo: quello realizzato da Orson Welles per la radio americana CBS nel 1938 – che fu narrato come fosse una notizia di attualità e causò panico su larga scala negli USA – il film di Steven Spielberg del 2005 e La guerra dei mondi di Byron Haskin, del 1953, di cui parleremo qui.

Il film sposta l’ambientazione dalla Londra di fine Ottocento alla California degli anni Cinquanta. In particolare, nella fittizia piccola comunità di Linda Rosa, in linea con molta sci-fi del periodo che preferiva la provincia americana alle grandi città. Protagonista del film è il dottor Clayton Forrester (Gene Barry), scienziato e veterano del Manhattan Project, che insieme a una ragazza di cui si innamora, Sylvia Van Buren (Ann Robinson), tenta di combattere e poi fugge dalle orde di invasori marziani, che stanno devastando il mondo a bordo dei loro Tripodi. Il finale resta identico a quello del romanzo, con gli alieni che soccombono agli agenti patogeni terrestri, da cui non hanno difesa. Ho sempre trovato questa conclusione geniale e allo stesso tempo davvero cupa: se non fosse per i batteri, l’umanità non avrebbe speranze contro i marziani.

Il produttore George Pal avrebbe voluto girare la parte finale, quella dell’attacco a Los Angeles, in 3D, ma i costi si prospettavano eccessivi, e l’idea fu abbandonata. Per lo stesso motivo fu anche modificato sostanzialmente l’aspetto dei Tripodi: nel film, la navicelle dei marziani hanno la forma di una manta (scelta per evitare il risaputo look dei dischi volanti), e sono sorrette da tre gambe invisibili. Le si può scorgere in una delle prime scene, ma nel resto del film si vede solo l’effetto incendiario che esse hanno quando i loro “piedi” toccano terra.

Il sottotesto satirico del romanzo di Wells andò ovviamente perduto, e fu al contrario inserito un messaggio religioso: al punto che i marziani iniziano a morire dopo aver distrutto alcune chiese a Los Angeles. Poco male: il film, anche senza satira, la dice lunga sulle fobie e sulle paure degli americani agli albori della Guerra Fredda, e resta una pietra miliare imitata e omaggiata in tutti i modi (pensate solo agli alieni di Independence Day, che soccombono a causa di un virus informatico).

A seguire, il reverendo Matthew Collins (Lewis Martin) avanza verso gli alieni per portare loro il messaggio di pace di Dio. Peccato che i marziani siano atei!

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