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Festival di Roma, incontro con Roberto Faenza, Stephen Lang e Deborah Ann Woll

Di Leotruman

È stato presentato questa mattina alla stampa Un giorno questo dolore ti sarà utile, co-produzione italo-americana diretta da Roberto Faenza (I Vicerè, Prendimi l’Anima) inserita nella sezione Fuori Concorso di questa sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (potete leggere la nostra recensione in anteprima a questo link).

Insieme al regista sono sbarcati a Roma anche Stephen Lang, il villain di Avatar attualmente in televisione nel serial Terra NovaDeborah Ann Woll, conosciuta per il ruolo della vampira Jessica in True Blood, Milena Canonero, tre volte premio Oscar per i Migliori Costumi qui in veste di produttrice, e la cantante Elisa, che ha prestato la sua voce alla colonna sonora.

La pellicola è tratta dal best-seller di Peter Cameron e racconta la storia di James Sveck (Toby Regbo), un’adolescente che cerca di scoprire la sua identità andando contro tutto quello che il mondo vuole imporgli. Ecco cosa hanno raccontato i protagonisti in conferenza stampa:

Il romanzo di Cameron è amato e conosciuto in tutto il mondo. Cosa l’ha attratta di questa storia e perché ha deciso di raccontarla sul grande schermo?

Roberto Faenza: Quello che mi ha spinto a raccogliere il racconto di Cameron per girare una pellicola è stato il contrasto tra il mondo degli adulti, ormai passato, e quello futuro dei ragazzi. Il protagonista viene visto dal mondo degli adulti come un diverso, ma è invece un ragazzo normalissimo. Semplicemente non vuole seguire il percorso di quelli che gli stanno attorno. L’attualità di questo romanzo sta nel fatto che il mondo del passato sta andando letteralmente a rotoli, e questo lo vediamo sempre più ogni giorno, mentre quello del domani va ancora costruito. James interpreta un domani di cui non ha alcuna certezza, ma la sua unica e salda certezza è che vuole percorrere il suo di cammino. È indignato di ciò che lo circonda, e preferirebbe fare il calzolaio piuttosto che il broker a Wall Street. E questo non dovrebbe renderlo un “diverso”.

Dopo Paolo Sorrentino e il suo This Must Be the Place, ecco arrivare un’altra pellicola che sembra americana in tutto, nell’immagine, nella confezione. Come è riuscito a mettere insieme un cast del genere?

RF: Non è di certo la prima volta che un regista italiano sbarca in America. Abbiamo una grande tradizione di registi come Leone, Bertolucci e Antonioni che l’hanno fatta prima di me. Io ho avuto una grande fortuna e lo considero come un film fatto dalle donne, come Elda Ferri e Milena Canonero. Fondamentale l’incontro con Avy Kaufman (ndr: una delle più importanti direttrici di casting di Hollywood) che ha messo in piedi un cast che io non avrei mai creduto possibile. È stata lei a proporre Deborah Ann Woll, che io non conoscevo, e Stephen Lang. Credevo non avrebbero mai accettato e invece… eccoci qui! 

A New York aveva girato nel 1983 Copkiller con Harvey Keitel. Com’è stato ritornarci? È stato difficile girare questa volta?

RF: Girare nella New York post-11 settembre è difficile, e soprattutto lo è per noi italiani. Noi non abbiamo reciprocità: basti vedere come è stato accolto Woody Allen a Roma, mentre se io vado in America a girare posso portarmi solo un italiano. I nostri ministri, al posto di preoccuparsi per cose inutili, dovrebbero cercare di rendere possibile questa reciprocità. Purtroppo il nostro apparato politico ignora questo potenziale. In Italia non esiste un contratto di co-produzione con gli USA e bisogna avere un decreto del ministro, lacuna che potrebbe essere prossimamente colmata. È essenziale riconoscere i vantaggi che può portare questo scambio, non solo economici ma anche e culturali.

Al di là dell’apparato produttivo, avete trovato qualche differenza concettuale nel lavorare insieme ad un regista italiano?

Stephen Lang: A livello di fondo gli attori, che siano americani o di qualsiasi altro paese, hanno una piena comprensione delle differenze. Abbiamo sempre qualcosa in comune, e lo stesso vale per il rapporto attore-regista. Non vi sono differenze. La differenza tra una regista come Michael Mann e James Cameron può essere più grande rispetto a quella tra Faenza ed un regista americano. Ci possono essere in questo caso problemi di lingua, ma non nel resto.
Quello che mi è sempre piaciuto dei registi italiani è che hanno delle idee personali su che cosa è l’America. Leone ha deostruito il nostro paese e ci ha aiutato a capirlo meglio di quanto l’avessimo capito noi. Io so che la lente puntata da Roberto sulla vita di New York e sulla stessa America ha un’angolatura diversa e quindi c’è una diversa rifrazione della luce rispetto a  quanto avrebbe fatto un regista americano. In termine di regia, ho trovato molto congeniale la sua visione, ma la cosa più importare rimane sempre il rapporto di fiducia, e con Roberto c’è stata fin da subito.

Deborah Ann Woll: Per me è stato qualcosa di diverso, a parte la barriera linguistica. Ma anche me c’è sempre stata una grande fiducia, che si crea solo se il regista ha una visione precisa. È così che si costruisce la fiducia, anche se hai difficoltà di comunicazione, perché d’altronde sai che tutti si stanno impegnando per ottenere il meglio.

Non serve fare un film d’inchiesta per fare un film politico. Questo film sembra ancora più politico rispetto ad altri che lei ha diretto in passato. Che cosa ne pensa?

RF: Il termine “politica” è una brutta parola oggi, e bisognerebbe riportarla al valore che aveva in passato. Se parliamo in questi termini, allora in questo caso è un film politico, in caso contrario non lo è. Il film racconta i problemi di oggi. Siamo di fronte ad un mondo che non sta funzionando, sta andando in pezzi ogni giorno. La maggior parte delle persone che in questo mondo non ne hanno alcuna responsabilità, non vogliono perpetuare questo disastro. Il mio film è un affresco, un atto d’amore per la ricostruzione di un mondo migliore. 

In True Blood interpreta la vampira Jessica. Proporre l’immagine di adolescenti maledetti è più facile che non quella di questo film. Come verrà recepito dai ragazzi, ora che ci sono altri modelli di riferimento?

DAW: In America abbiamo un grave problema al momento, che è il bullismo. È una forma di mancanza di rispetto dei giovani verso i giovani. È importante quindi raccontare storie su ragazzi che la pensano diversamente. Non è un problema di essere diversi, quanto un problema di essere unici. Durante il mio processo di crescita mi sentivo vicina al personaggio di James. Non a caso anche a me sono capitati attacchi di panico. È un film che consiglierei di vedere proprio ai ragazzi.

RF: Questo film potrà interessare molto ai ragazzi, anzi è forse più rivolto a loro e qualcuno dice che dovrebbe essere “vietato ai maggiori”. Noi abbiamo al momento un’ immagine stereotipata dei ragazzi. Pensiamo che siano violenti o stupidi solo perché guardano programmi o film violenti e stupidi, ma è perché gli vengono proposte poche alternative. Io ho un’idea diversa dei ragazzi: sono intelligenti, diversi e sensibili più di quello che pensiamo.

Come mai da un certo momento della tua carriera hai iniziato a farti ispirare dalla letteratura?

RF: In passato dopo Forza Italia! non ho più potuto lavorare in Italia perché me l’hanno impedito. Andai quindi all’estero e la prima idea è stata quella di leggere molti libri. Fellini e altri registi si affiancavano ai soggettisti, una figura ormai scomparsa. Mancando questi “fratelli maggiori”, ci si affida quindi alla letteratura. D’altronde il 99% scrittori scrive un libro con l’idea (e la speranza) che arrivi al cinema. Trovo quindi nella scrittura una grande fonte di ispirazione, anche se mi interesso più alla trama che a quello che c’è intorno.

Milena Canonero, come ha deciso di partecipare al progetto?

MC: Con Roberto ed Elda avevo già collaborato per altri due film (Mio caro Dottor Grassler e I Vicerè). Quando mi hanno fatto leggere il libro mi è piaciuto moltissimo. Più che  vestirei panni della produttrice, l’idea era di calibrare più la parte artistica, e sono stata a fianco di Roberto dall’inizio alla fine lavorando su molteplici livelli. Avendo inoltre lavorato molto anche a New York, questo ha portato vantaggi produttivi. Mescolare la professionalità italiana a quella americana è un buon cocktail. Il buon cinema italiano è sempre stato esperitato in tutto il mondo, ma attualmente quando arrivo nel nostro paese mi sembra un po’ di stare in un deserto per quante poche pellicole vengono prodotte. Da bravi italiani bisogna migrare all’estero anche con il cinema e cercare di far passare leggi per portare più cinema in Italia.

Un giorno questo dolore ti sarà utile uscirà nelle sale italiane il 24 febbraio 2012. Per tutte le news sul film e per rimanere aggiornati, potete cliccare Mi Piace sul riquadro sottostante.

Fonte: Screenweek

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