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Le avventure di Tintin – La recensione da Roma

Di Marco Triolo

Le Avventure di Tintin Il Segreto Dell'Unicorno Foto Dal Film 01

Il maestro non ha perso la mano. Negli ultimi anni, Steven Spielberg sembrava aver perduto quell’innocenza che aveva caratterizzato i suoi esordi: dopo aver evocato gli spettri dell’Olocausto nel suo capolavoro Schindler’s List, ed essersi riconnesso così con un’eredità storica che lo ha portato a girare Salvate il soldato Ryan e Munich, due film durissimi che non sembravano davvero partoriti dallo stesso autore di E.T. (non che la cosa sia un male, s’intende), pareva che anche la sua produzione d’intrattenimento avesse assunto connotati più oscuri. Pensiamo a Minority Report, con la sua riflessione sull’America del dopo-11 Settembre e il bisogno di controllo assoluto sulle vite private dei cittadini. Ma pensiamo anche a La guerra dei mondi, che nasce come blockbuster senza pretese ma finisce per diventare una storia cupa, tra conflitti famigliari e scelte radicali fatte per proteggere i propri cari.

Dimenticate tutto questo: Le avventure di Tintin riporta in scena lo Spielberg degli esordi. Con in più una bella dose di estasi tecnologica che trent’anni fa non sarebbe stata possibile. Spielberg esordisce in una serie di campi per lui inediti, ma senza perdere un’oncia della sua potenza narrativa. Tintin è per lui il primo film in digitale – nel senso del formato con cui è girato: lui di solito usava sempre la buona vecchia pellicola – è il suo primo film in 3D, ma soprattutto il suo primo d’animazione. Anche se il dibattito sul fatto che il motion capture sia o meno animazione è ancora aperto.

Resta il fatto che questo nuovo linguaggio, sotto la guida del produttore di Tintin Peter Jackson, ha raggiunto vette di popolarità insospettabili e rimette in gioco i limiti del cinema: grazie ad esso, tutto ciò che si immagina può diventare realtà, e di certo Spielberg di immaginazione ne ha da vendere. Quando vediamo un galeone solcare le onde sulle dune di un deserto, o un oceano trasformarsi in una pozzanghera in un geniale stacco di montaggio altrimenti impossibile, capiamo che il regista si è divertito un mondo a poter disporre di una bacchetta magica che ha reso ogni cosa realizzabile. Ne esce un film visivamente abbacinante, una lettera d’amore a tutto il cinema di avventura (come fu I predatori dell’arca perduta) ma che paradossalmente va molto più in là, regalando allo spettatore un’esperienza totalizzante, avvolgente, da lasciare a bocca aperta.

Il cast è fantastico, ed è un peccato che il doppiaggio italiano impedirà a buona parte del pubblico di godere delle performance di gente come Andy Serkis (un Haddock superbo con il suo accento scozzese), Jamie Bell (Tintin), Daniel Craig (irriconoscibile nei panni del cattivo Sakharine) e i “fratelli di sangue” Simon Pegg e Nick Frost (Thompson e Thompson). Tutti recitano nel vero senso della parola, perché i loro movimenti sono quelli delle loro controparti digitali, che replicano fedelmente anche il linguaggio del corpo. Non mancano ritmo, umorismo e trovate tipicamente spielberghiane come quell’inizio in cui per alcuni minuti non vediamo in volto il nostro protagonista.

Eppure, il film – che dura solo 100 minuti – alla fine risulta un po’ troppo lungo e, soprattutto nel finale, ingolfato di avvenimenti. Lo spettacolo è, come detto, da mascella a terra, ma dopo un po’ stanca. E nessuno mi toglie dalla testa che Tintin avrebbe potuto essere realizzato con attori in carne ed ossa, certo senza le stesse soluzioni visive, ma con un look che poteva richiamare in tutto e per tutto il vecchio Spielberg che tanto ci è mancato. Anche così, Tintin resta un appuntamento imperdibile, e l’ennesima prova che Steven Spielberg è il più grande cantastorie moderno. Il nostro Omero, in un certo senso.

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