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Festival di Roma 2011, Tyrannosaur rivelazione della prima metà del festival

Di emanuele.r


Di solito defilata rispetto alle sezioni ufficiali, Focus quest’anno si prende il suo spazio grazie all’occhio che il Festival di Roma dedica alla Gran Bretagna, forse la più grande realtà cinematografica europea: non è un caso quindi che molti dei film presentati avrebbero meritato un posto al sole. Come per Tyrannosaur, il film con cui l’attore Paddy Considine esordisce alla regia, che dopo aver riscosso grandi consensi al Sundance Film Festival (vincendo il premio per la regia e per gli attori), arriva a Roma per colpire ed emozionare il pubblico.
Protagonista del film è Joseph, un alcoolizzato tendente alla violenza che per fuggire da un gruppo di ragazzi che vuole picchiarlo si rifugia nel negozio di Hannah, una donna molto religiosa anche lei piena di problemi, soprattutto coniugali. Il rapporto tra i due cambierà le loro vite. Dramma duro e crudo in perfetto stile inglese – siamo dalle parti di Ken Loach e Mike Leigh per intenderci – scritto dal regista raccontando una storia esemplare senza cadere nelle trappole del sensazionalismo e dell’iperrealismo.

“Un animale può sopportare un certo numero di punizioni e umiliazioni, poi scatta e si ribella” dice Joseph raccontando l’aggressione di un pitbull ai danni di un bambino: ed è quello che accade anche ai personaggi, due solitudini disperate in modi diversi (lui asociale, lei che tenta di camuffare) che s’incontrano per darsi sollievo, ma anche per incoraggiarsi a reagire a cambiare le proprie vite, seppure in modo violento. E il tirannosauro del titolo, oltre al nomignolo che Joseph dava alla moglie, è anche il simbolo della primitività dell’essere umano che si crede sepolta dalla civiltà, ma non vede l’ora di tornare a galla. Considine gioca sul sicuro con le ambientazioni e i temi, si concede qualche luogo comune, ma è in grado di colpire senza sciorinare catalogo di dolore e abiezioni come fanno spesso film osannati in stile Precious.
E riesce nell’intento grazie a una sceneggiatura di ferro che mescola il realismo con i simboli della religione e l’ironia di personaggi perfetti, che devono la propria violenza alla paura dei difetti e dei sentimenti, di sé stessi; il regista così ha gioco facile nel controllare con polso la temperatura emotiva e lo stile tagliente, ma non freddo, del film. Se poi a dargli una mano ci sono due grandi attori come Peter Mullan, sempre più dedito a cercare l’abisso nei propri ruoli, e Olivia Colman, il gioco è fatto e vincente.

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