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Festival di Roma 2011, Hotel Lux racconta col sorriso le dittature della storia

Di emanuele.r


“Cosa non fanno un paio di baffetti”, dice ironico Michael Herbig guardando le foto di Hitler e di Charlie Chaplin: e già in questa inquadratura c’è molto del materiale di Hotel Lux, il settimo film del tedesco Leander Haussman presentato in concorso al Festival di Roma, che racconta come molti film degli ultimi anni la Storia e i suoi orrori in chiave di commedia, riflettendo anche sul ruolo dell’attore e della maschera.
Il film racconta di Hans e Meyer, due comici di cabaret che fanno successo a Berlino parodiando Stalin e Hitler: ma il regime comincia a tenerli d’occhio, così il secondo fugge in Russia grazie alle sue simpatie comuniste. Quando tre anni dopo, una compagna di Meyer chiede a Hans di aiutarla a trovare l’amico scomparso, i due andranno a Mosca, in un susseguirsi di equivoci. Da un soggetto di Uwe Timm e Volker Einrauch, il regista ha tratto un copione evidentemente ispirato al Lubitsch di Vogliamo vivere (o al remake di Mel Brooks) che usa le armi della risata e della farsa per mettere in ridicolo lo strisciante orrore delle dittature prima della loro tragica esplosione.

Ruotando intorno alla figura di un imitatore, un personaggio codardo egoista e riservato, che diffida della politica specie perché incarnata da figure mostruose come quelle di Stalin e Hitler (e dai rispettivi partiti), il film mette in scene la paranoia e l’irrazionalità di ogni dittatura e la maschera fasulla dei regimi, presi e messi a soqquadro da due guitti con l’unico talento di essere qualcun altro: sia il dittatore nazista che quello comunista si fidano di un astrologo cialtrone e il film mostra come l’apparenza più che ingannare, può fare la storia. Tanto che Haussman decide di riempire l’hotel che fa da sfondo al film di veri personaggi storici variamente presi in giro, riuscendo a dare a una grande produzione – basta guardare il ricco prologo – una ventata quasi anarchica che diverte, sulla quale fa da garante l’immagine di Groucho Marx che avvia i titoli di coda.
Il vero limite del film però è nella sceneggiatura che mette troppo la sordina al meccanismo comico optando per una tragicommedia (a differenza dei modelli prima citati), rendendo il film paradossalmente meno “serio”, un fucile non sempre carico: resta una confezione accurata, un buon ritmo e un paio d’attori in forma come Michael Herbig e Jurgen Vogel. Non vincerà il Marc’Aurelio d’oro, ma potrebbe trovare un posto nelle nostre sale.

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