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Dormire al Festival di Venezia

Di Andrea D'Addio

Il Festival di Venezia non è come Berlino, ma neanche come Cannes, se si parla di partecipazione del pubblico alla manifestazione. Se nella capitale tedesca quando si parla di “Festival del cinema” significa automaticamente citare dieci giorni di festa vissuti da chiunque, non solo cinefili, tante sono le proiezioni per il pubblico sparse in giro per la città a qualsiasi ora, con code per i biglietti che può significare mettersi davanti ai botteghini alle 5 del mattino in attesa che aprano, e fate conto che Berlino a febbraio non è proprio caldissima, a Cannes è un po’ il contrario: non ci sono biglietti acquistabili per “il comune mortale”, si va avanti ad inviti (vi abbiamo descritto come in un apposito post del maggio scorso dalla Croisette) e la gente arriva più per vedere il tappeto rosso che il grande schermo.

Venezia, come detto, sta nel mezzo di questi due estremi: i biglietti ci sono per il pubblico così come gli accrediti a prezzi scontati per gente che il Festival vuole farselo tutto (“i verdi” di cui abbiamo parlato nel diario del secondo giorno), ma le proiezioni non sono tante e sono quasi esclusivamente concentrate nella zona del Lido, non nel resto della città. Succede così che una striscia di terra piuttosto piccola, ovvero il Lido, viva ad inizio settembre una vera e propria invasione. E se per gli attori non c’è problema, qualcuno in produzione che gli paghi l’hotel ce l’hanno sempre, dopotutto sono loro le star, per il pubblico “verde” nonché per i giornalisti, la caccia all’appartamento è più serrata che mai. Che si sia freelance o si venga spesati da una testata, l’imperativo è solo uno: risparmiare il più possibile.

Tanti veneziani del Lido sgombrano le camere dei propri figli, per dieci giorni si può anche dormire in 4 nel lettone matrimoniale anche se ormai i tuoi pargoli sono più alti di te e si fanno la barba iogni due giorni, pur di affittare uno spazio e tirare su cifre con cui ci si pagano contributi di solidarietà e vacanze studio d’inglese a Malta. Giornalisti e pubblico si ammucchiano in camere di 12 metri quadrati utilizzati come ostelli greci ad agosto, tra un’umidità che ve la raccomando e zanzare che hanno solo l’imbarazzo della scelta, ma che alla fine scelgono sempre i tipi con la carnagione scura come me, uno di quelli a cui gli amici rispondono sempre di “perché lo chiedi?” quando, all’ennesimo ponfo sul polpaccio e conseguente nervoso grattare, domanda in giro se qualcuno ha un Autan o roba analoga da prestargli.

I prezzi variano da zona a zona, logicamente più si è vicini al Lido più si paga e chi una volta ha avuto la fortuna di trovare una soluzione conveniente non schioda per anni, costringendo le matricole a soluzioni spesso quasi improponibili. C’è chi si rifugia nell’unico e carissimo campeggio, 50 minuti a piedi per arrivare al Palazzo del cinema e chi trova case a Venezia e ogni giorno è costretto a circa un’ora tra vaporetto e bus prima di sentirsi davvero dentro al Festival e altrettanti dopo l’ultima proiezione per tornarsene distrutti a letto, senza possibilità di feste o vita sociale.

C’è chi fa su e giù da Mestre con l’auto e chi, decide che tempo risparmiato significa un numero di pezzi maggiori e così si decide per l’investimento. Una camera singola entro un raggio di 20 minuti a piedi costa, per l’intero periodo circa 400 euro, se non di più. Condividere un appartamento può essere conveniente, le brandine si piazzano dappertutto, ogni metro quadrato è a disposizione per giacigli su cui dormire o valigie utilizzate come armadi. Ci si può abbassare fino a 200 euro a persona per stare in quattro in una camera all’interno di un appartamento da 8, a patto di pianificare l’ordine e la durata massima degli ingressi in bagno e non arrabbiarsi se l’ultimo che torna a casa, ogni notte, vuoi o non vuoi, finisce con lo svegliare più o meno tutti. In questi casi comunque c’è una soluzione: portarsi i tappi per le orecchie.

Chi scrive lo ha fatto, ma ha avuto sfortuna: accanto a lui dormono due dei più convinti russatori della storia dei russatori. Basta un po’ di stanchezza, un po’ di raffreddore causato dal contrasto tra l’aria condizionata nelle sale e i 30 gradi fuori e anche chi semplicemente avrebbe un respiro pesante si trasforma in un trombone da combattimento. Se poi si è particolarmente sfortunati, ci si trova davanti non ad un semplice russare, ma a qualcosa di più potente, una sorta di combattimento tra inspirare ed espirare con alterni momenti di apnea che esplodono improvvisamente in un mostruoso rumore dal volume talmente alto che ci si può svegliare nel bel mezzo della notte pensando che sia appena arrivato il mostro delle caverne del remake di Abel Ferrara di L’invasione degli ultracorpi e che ormai non ci sia più niente da fare. E non c’è fischio che possa risolvere il problema, piccoli e delicati tocchi sul braccio che lo sveglino e gli spieghino il problema, “aspetta un attimo che mi riaddormenti per favore, e poi riparti pure con il tuo concerto”, lui non si sveglia, il suo torpore è talmente profondo che anche quando pensi che lo stia facendo apposta, e per frustrazione gli tiri un paio di schicchere sull’orecchio, non vedi nessuna reazione. Le ore passano, tu fissi il soffitto sopra il tuo cuscino con gli occhi aperti, suona la sveglia, ma tu sei già sveglio da ore, mentre per lui il tintinnio funziona, si stropiccia gli occhi, ti vede che lo fissi e ti si rivolge, ingenuamente sorridente: “Buongiorno, dormito bene?”.

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