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Contagion – La recensione da Venezia

Di Marco Triolo

Contagion Matt Damon foto dal film 2

Ieri è stato il giorno di Steven Soderbergh, che ha presentato il suo Contagion insieme alle star Matt Damon, Gwyneth Paltrow, Laurence Fishburne e Jennifer Ehle. La pellicola è piaciuta poco ma devo dire di essere una delle voci discordanti. A me Contagion è piaciuto, chiaro non mi ha fatto impazzire – come il 90% dei film di Soderbergh – ma non si può nemmeno dire che non funzioni.

Contagion racconta la storia corale di un gruppo di personaggi le cui vite vengono sconvolte dall’insorgere di un’epidemia globale che si diffonde a velocità incontrollabile. Damon è un padre di famiglia che perde la seconda moglie (Paltrow) e il figliastro, e si impegna a difendere la figlia con tutte le forze. Jude Law è un blogger intenzionato a denunciare le compagnie farmaceutiche che, secondo lui, vorrebbero speculare sulla catastrofe. E poi ci sono i vari ricercatori e impiegati al controllo malattie, tra cui Kate Winslet, Marion Cotillard, Laurence Fishburne e Jennifer Ehle, l’attrice meno famosa del lotto ma che alla fine avrà un ruolo ben più importante degli altri.

Il film non mira ad essere nulla più che un’accurata ricostruzione di un’epidemia globale, dai primi stadi d’incubazione del paziente zero, fino a una possibile risoluzione. Il vero personaggio principale è il virus, descritto da Soderbergh come “un protagonista che non parla ma di cui tutti parlano”. Non ci sono velleità catastrofiste, non c’è nessuna intenzione di fare la solita denuncia delle multinazionali cattive, non si vuole dipingere la razza umana in modo negativo, come spesso fa Romero nei suoi film sugli zombi (non che qui ci siano zombi, chiaro, ma ci siamo capiti). Tutto quello che Soderbergh intende fare, e che fa con grande capacità di sintesi e chiarezza, è raccontare un plausibile scenario di crisi, mettere gli uomini davanti alla loro più grande sfida di sempre. E infine ne esce anche un ottimismo inaspettato: ci sono episodi di violenza, ma alla fine ci si aiuta, ci si rimbocca le maniche e si risolve tutto, bene o male. Rimane un trattato quasi clinico, girato con cura, fotografato benissimo e interpretato da un gruppo di professionisti che sanno accettare parti minori e brillare con il poco tempo a disposizione.

In particolare, cito il grande Fishburne, che ha l’aria del papà che sistema tutto. Vedendolo in azione qui, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sarà perfetto come Perry White in Man of Steel. Jude Law incarna invece una figura di giornalista freelance terribilmente negativa, ma stando a Soderbergh, “non credo che sia un cinico, crede davvero in quello che dice. E’ un personaggio ambiguo che a volte dice anche cose non sbagliate” e funziona da “voce fuori dal coro che propone teorie alternative”. La pellicola uscirà il 30 settembre, e vale la pena darle un’occhiata.


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