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Carnage, la recensione da Venezia

Carnage, la recensione da Venezia

Di Marco Triolo

Carnage 4 John C. Reilly Jodie Foster Roman Polanski Christoph Waltz Kate Winslet

Chi si era illuso di riuscire a vedere Roman Polanski di persona sul tappeto rosso era appunto questo, un illuso. Per ovvi problemi, il regista non si muove e manda in sua vece il cast (esclusa Jodie Foster): Kate Winslet, John C. Reilly e Christoph Waltz hanno presentato Carnage, e di certo non ci dispiace vederli uno di fianco all’altro. Ci racconta Reilly che “anche se nel film ci scontriamo, sul set eravamo affiatatissimi. Anche Roman si è stupito!”. Conferma la Winslet: “Roman ha un’energia incredibile. Poter lavorare con lui è stato un onore. Vi posso dire che è molto orgoglioso del suo film”. “Fare un film in tempo reale come la mia pièce era un sfida”, interviene la Reza, “perché in montaggio non puoi modificarlo più di tanto. C’è stato un lavoro di adattamento, abbiamo aggiunto alcune scene e tagliato qualche dialogo troppo teatrale, ma ben poca roba”.

Il film però parla da solo, al di là di ogni possibile chiacchiera: Polanski gira ancora una volta grandissimo cinema, che come Le idi di marzo di Clooney è tratto da una pièce teatrale. Il testo originario è Le dieu du carnage di Yasmina Reza, che ha anche adattato il suo testo insieme al regista. A differenza, però, del film di Clooney, questo ha il problema di essere un “atto unico” caratterizzato dall’unità di tempo e luogo, prettamente teatrale. Ne consegue che adattare una cosa del genere è ben più complesso, e si rischia pesantemente il lavoro, appunto, teatrale. Ma il cinema non è teatro, e quando ad esso si avvicina perde la sua unicità. Niente paura, comunque: Polanski sa quel che fa e sa bene che, quando l’ambientazione è statica, bisogna ovviare con la messa in scena e il montaggio.

Carnage è dunque un film estremamente movimentato, ricco di inquadrature variegate, che partono dall’ordine iniziale per poi frammentarsi, seguendo il percorso dei personaggi. Reilly, Winslet, Foster e Waltz interpretano due coppie di genitori che si incontrano a casa dei secondi per mettere in chiaro una controversia: il figlio dei primi ha ferito quello dei secondi con un rametto, provocandogli la rottura di due denti. Quella che inizia come una discussione civile si trasforma presto in un vero e proprio scontro mentale e a tratti fisico, con continui cambi di schieramento e parecchia ironia caustica. Una vera discesa all’Inferno, nella quale le convenzioni della società lasciano lentamente il posto ala brutale schiettezza dei primitivi, della bestia che c’è in noi.

Polanski non evita di esplorare le implicazioni della colpa, una colpa che lui stesso si porta dietro da troppi anni e che, nonostante voglia farci credere il contrario, non ha mai risolto. Come in Carnage: anche qui nulla è risolto, i fili rimangono in sospeso, le domande pesano su di noi come macigni e quella dissolvenza al nero finale ci fa pensare che il litigio andrà avanti in eterno. E poi c’è persino il colpo di scena finale che rimette tutto in prospettiva, e dà un colpo di grazia che solo un grande regista poteva concepire. Grande cinema, altro che teatro. Aspettiamo, e speriamo, che il film possa almeno incassare qualche premio per gli attori, tutti eccezionali. Waltz è una conferma: il suo muso sembra prendersi costantemente gioco di tutti noi, e di tutti i personaggi. Speriamo di vederlo sempre più spesso, d’ora in poi.

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