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A Dangerous Method – La recensione da Venezia

Di Marco Triolo

A Dangerous Method Keira Knightley Michael Fassbender foto dal film 5

Il nuovo film di David Cronenberg era uno di quelli che attendevo di più in questa Venezia 68, e per quanto A Dangerous Method non sia stato all’altezza delle aspettative, questo non lo qualifica immediatamente come un brutto film. Tutt’altro.

A Dangerous Method, recitato da un gruppo di attori molto dotati ma non tutti all’altezza, come vedremo dopo, è un prodotto dal look raffinato (e ci mancherebbe) ma eccessivamente televisivo, così come la scrittura che risulta a tratti didascalica nel voler per forza inserire riferimenti alti alle teorie di Jung e Freud in ogni dialogo. Un’operazione che, come detto, si fa spesso in TV, ma che al cinema disturba lievemente. Eppure, come ha detto giustamente Viggo Mortensen in conferenza, “a David non interessava realizzare un documentario, ma girare un dramma su delle persone con differenze di opinioni”. E questo è, principalmente, A Dangerous Method, il dramma di un uomo (Jung) che scopre di non essere tanto diverso dalle persone che cura e del suo mentore (Freud) che lo rinnega dopo averlo chiamato erede, inframezzati a quello della giovane pupilla (Sabina Spielrein) del primo, che da paziente con gravi disturbi arriva ad affermarsi nello stesso campo di Jung dopo aver superato una sofferta storia d’amore con lo stesso.

Una storia vera, il primo vero biopic di Cronenberg, per un film, scritto da Christopher Hampton che l’ha tratto dalla sua play The Talking Cure (è il terzo film tratto da una pièce in tre giorni, dopo Le idi di marzo e Carnage!), che avrà pure i suoi difetti, ma che si basa su un assunto davvero potente e provocatorio: i cosiddetti “dottori” non sono tanto diversi dai “pazzi” che curano. “Un dottore che non sia ferito non può curare bene”, dice Michael Fassbender, eccezionale nei panni di uno Jung tanto sicuro del metodo scientifico della psicoanalisi, quanto indeciso sui suoi sentimenti e pronto a divagare per sentieri mistici nella sua filosofia. Come e più di Jung, Sabina (Keira Knightley) ha una parabola ascendente che è sintomatica del tema del film: parte come una paziente pesantemente disturbata e masochista, e diventa una voce importante nella psicoanalisi. E poi c’è l’Otto Gross di Vincent Cassel, dottore geniale quanto sregolato, amante del sesso e della cocaina, fautore della poligamia e dell’infedeltà coniugale. Dello stesso Freud dice a un certo punto: “Siamo sicuri che lui non cerchi le nevrosi negli altri per soddisfare la sua?”. E’ questa ambivalenza che riscatta il film dalle sue pecche.

Il cast, dicevamo: Fassbender è ottimo, e anche Mortensen (anche se adotta un accento british che non sempre si sposa col personaggio). Bravo anche Cassel, mentre la Knightley si risolleva nel terzo atto, ma risulta insopportabile quando fa la matta da manuale, un esempio di sovra-recitazione che ci insegna cosa bisogna evitare in questo tipo di ruoli. Nonostante tutto, un film da consigliare, specialmente a chi ama già gli argomenti in esso trattati, mentre i fan di Cronenberg, o forse solo quelli meno attenti, faticheranno a trovare tracce del famoso stile del regista canadese.

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