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Tra Alieni e Cowboy, Quel treno per Yuma

Di Marco Triolo

Nell’attesa che Cowboys & Aliens, la pellicola western/sci-fi diretta da Jon Favreau e ispirata all’omonima serie di fumetti creata da Scott Mitchell Rosenberg, faccia il suo ingresso nelle sale italiane, la redazione di ScreenWEEK.it ha deciso di condurvi lungo un viaggio alla scoperta delle due dimensioni che conpongono questo titolo, che sono appunto quella fantascientifica e quella western. Ogni settimana parleremo di un lungometraggio fondamentale che compone il vastissimo panorama di quella cinematografia cosiddetta di genere. La giusta occasione per ricordare alcune pellicole che troppo spesso finiscono dimenticate e, perchè no, arrivare adeguatamente preparati al 14 ottobre 2011, giorno in cui Cowboys & Aliens arriverà nelle nostre sale. Dopo avervi presentato La Guerra dei Mondi, Il Mucchio Selvaggio, Ultimatum alla Terra, I magnifici sette, La Cosa, Un dollaro d’onore, Il mondo dei Robot, Il cavaliere pallido, Ritorno al Futuro – Parte III, La Guerra dei Mondi di Steven Spielberg, Ancora vivo, Mars Attacks!, Il buono, il brutto, il cattivo, Tepepa, Invaders, Fantasmi da Marte, Cowboy Bebop – Il film, Aliens e Signs, oggi è la volta di un classico del western, Quel treno per Yuma.

Quel treno per Yuma Poster USAEra il 1957, in pieno periodo d’oro del western, quando Delmer Daves diresse uno dei titoli più amati e riveriti del genere, Quel treno per Yuma. Un film che ha segnato talmente tanto l’immaginario da portare, cinquant’anni dopo, a un remake interpretato da Christian Bale e Russell Crowe. Nell’originale troviamo al loro posto Van Heflin e Glenn Ford, nei ruoli dell’allevatore Dan Evans e del fuorilegge Ben Wade. Le loro strade si incrociano quando Evans assiste impotente alla rapina a una diligenza da parte della banda di Wade. I due saranno legati, improbabili compagni di un’avventura nella quale il primo dovrà scortare il secondo alla città di Contention, e al treno delle 3:10 per Yuma.

I grani paesaggi del west, fotografati in un nitido bianco e nero, si alternano ai primi piani di una galleria di protagonisti eccezionali: Henry Jones, Robert Emhardt e Richard Jaeckel completano il cast principale e concentrano su di sé gran parte dell’attenzione grazie ai loro volti così caratteristici. Daves da parte sua non è avaro di attenzioni nei loro confronti, e si sofferma soprattutto sui personaggi, sui loro rapporti, sulle relazioni che evolvono in modi sempre inaspettati e sorprendenti. Heflin e Ford, in particolare, esprimono con poche parole e con intensi sguardi il rispetto che lega due uomini ufficialmente ai poli opposti della legge: da una parte il padre di famiglia che teme di essere considerato un codardo, ma ha coraggio da vendere, dall’altra il bandito che in realtà sogna di svegliarsi tutte le mattine accanto alla stessa donna, e invidia la vita pacifica di Evans.

La sceneggiatura, basata su un soggetto di Elmore Leonard, è incredibilmente ricca di sfaccettature, e scava in maniera profonda nei sentimenti e nelle motivazioni dei protagonisti. Ci sono la moglie Alice e i due figli di Evans, che esprimono velati dubbi sul suo coraggio – ma anche qui il non detto vale più dell’esplicito. C’è l’alcolizzato Potter (Jones), in cerca di riscatto dalla sua condizione. C’è infine Mr. Butterfield (Emhardt), in cerca in parte di giustizia, in parte di vendetta per l’affronto fatto alla sua stessa linea di diligenze.

Ma nonostante tutto questo, non pensiate che l’azione sia scarsa: Daves sa come girare e coreografare delle sequenze d’azione perfette, e infonde al film un ritmo e una tensione per nulla invecchiati. Certo, il finale è lieto, ma il cammino per arrivarci non è mai sicuro ed è costellato di pericoli e confronti potenzialmente mortali.

E’ curioso confrontare questo film con il remake di James Mangold: oltre all’ovvia iniezione di crudezza e cinismo, colpisce soprattutto il modo in cui i rapporti famigliari sono stati modificati. Nell’originale, la famiglia Evans è perfetta, sana, e attraversa con ottimismo le difficoltà della vita. Nella versione del 2007, Evans è zoppo, il figlio più grande (Logan Lerman) non lo sopporta e i guai finanziari che lo spingono a offrirsi volontario per scortare Wade sono ben più seri e pressanti. L’ennesima prova, se ancora ce ne fosse bisogno, del fatto che il western costituisce da sempre uno specchio degli ideali e dei problemi, delle certezze e delle paure dell’America.

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