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Pezzi di cinema: Il pianeta delle scimmie (1968)

Di Marco Triolo

Oggi facciamo un salto logico un po’ più lungo del solito e passiamo a trattare uno dei più grandi classici della fantascienza, Il pianeta delle scimmie, interpretato dal protagonista del già citato 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra, Charlton Heston.

Diretto da Franklin J. Schaffner nel 1968, e tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Pierre Boulle, Il pianeta delle scimmie è un film che conserva oggi tutta la forza che aveva allora. E’ un’opera in grado, come la migliore science-fiction, di parlare dell’oggi utilizzando uno scenario fantastico come un pianeta popolato di scimmie. Se non avete mai visto il film, fermatevi qui: si tratta di una pellicola vecchia di quarant’anni, ma comunque lo SPOILER ALERT è sempre benvenuto.

Heston interpreta Taylor, uno di tre astronauti che raggiungono un pianeta lontano nella prima spedizione umana al di fuori del sistema solare. Per l’effetto della Relatività e del loro viaggio alla velocità della luce, mentre sulla terra passa circa un millennio – siamo nell’anno 3978 – per loro sono trascorsi solo diciotto mesi. Dopo essere sbarcati vengono immediatamente catturati, e scoprono che il pianeta è dominato da una razza di scimmie senzienti che vivono in una civiltà primitiva ma simile a quella dell’uomo. I pochi uomini sono invece dei selvaggi privi della parola, che si comportano in tutto e per tutto come le nostre scimmie. Che cos’è questo bizzarro posto in cui tutto è invertito? Beh, la risposta è in realtà molto più semplice del previsto…

La scena conclusiva in cui Taylor scopre la testa della Statua della Libertà su una spiaggia è ancora oggi uno dei finali più celebri e potenti mai visti. L’improvvisa realizzazione che quel pianeta deserto è in realtà la terra devastata dalla guerra atomica e che gli uomini sono tornati a uno stato selvaggio per colpa delle radiazioni, porta al disperato sfogo di Taylor, che batte i pugni sulla sabbia e maledice la razza umana, e a un monito fortissimo verso le super-potenze che giocavano a Risiko coi destini degli uomini. Una sequenza capolavoro che da sola vale la visione del film, ma sarebbe ingiusto dire che si tratta dell’unico punto di forza della pellicola. Al contrario: la storia è avvincente e funziona anche come un’allegoria che mette a nudo l’eccessiva sicurezza del genere umano e la nozione che la scienza possa sempre portare a soluzioni positive.

Spesso, quando si adatta un romanzo, se ci si allontana dalla fonte per realizzare un’opera indipendente si può raggiungere un risultato anche superiore al testo di partenza. E’ questo il caso: certo, il libro di Boulle è una lettura piacevole e, più che un romanzo di fantascienza, sembra una storia allegorica nella vena de “I viaggi di Gulliver”. Ma il film cala tutto questo in un contesto storico perfetto, senza perdere un’oncia del portato metaforico di Boulle, e introducendo in più un messaggio fortissimo. Una curiosità: Rod Serling, creatore della serie Ai confini della realtà, ha scritto la prima stesura della sceneggiatura, in cui la società delle scimmie era molto avanzata. L’idea fu poi accantonata perché il budget richiesto sarebbe stato troppo elevato.

Qui sotto, la famosa sequenza finale.


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