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Tra Alieni e Cowboy: Il buono, il brutto, il cattivo

Di Marco Triolo

Nell’attesa che Cowboys & Aliens, la pellicola western/sci-fi diretta da Jon Favreau e ispirata all’omonima serie di fumetti creata da Scott Mitchell Rosenberg, faccia il suo ingresso nelle sale italiane, la redazione di ScreenWEEK.it ha deciso di condurvi lungo un viaggio alla scoperta delle due dimensioni che conpongono questo titolo, che sono appunto quella fantascientifica e quella western. Ogni settimana parleremo di un lungometraggio fondamentale che compone il vastissimo panorama di quella cinematografia cosiddetta di genere. La giusta occasione per ricordare alcune pellicole che troppo spesso finiscono dimenticate e, perchè no, arrivare adeguatamente preparati al 9 settembre 2011, giorno in cui Cowboys & Aliens arriverà nelle nostre sale. Dopo avervi presentato La Guerra dei Mondi, Il Mucchio Selvaggio, Ultimatum alla Terra, I magnifici sette, La Cosa, Un dollaro d’onore, Il mondo dei Robot, Il cavaliere pallido, Ritorno al Futuro – Parte III e La Guerra dei Mondi di Steven Spielberg, Ancora vivo, e Mars Attacks, oggi parliamo di uno dei più grandi western all’italiana.

Il buono il brutto il cattivo Poster ItaliaQuando ti dicono che devi scrivere una recensione de Il buono, il brutto, il cattivo, la prima cosa che ti salta in mente è che praticamente si scriverà da sola. Come si può essere, infatti, a corto di parole davanti a uno dei massimi capolavori della cinematografia italiana, e a uno di quei film che è entrato di diritto nella storia del genere western? E pensare che è diretto da un italiano, eppure gli americani lo adorano. Già questo dovrebbe farci capire la portata del film.

Il terzo capitolo della cosiddetta Trilogia del Dollaro firmata negli anni Sessanta da Sergio Leone, e interpretata dalla futura superstar Clint Eastwood, è senz’altro il migliore. E’ anche il più lungo, il più ambizioso e quello che in definitiva sazia maggiormente lo spettatore. Un’epopea beffarda della durata di quasi tre ore, che ci trasporta dritti dritti nell’America della Guerra Civile, tra eserciti nordisti e sudisti in perenne conflitto, e manigoldi che pur di sfuggire al campo di battaglia e racimolare qualche soldo sarebbero disposti a vendere la propria madre. Non è un caso che Leone intendesse il film come una sorta di remake in chiave western de La grande guerra di Mario Monicelli, e non è nemmeno un caso che, oltre a Leone, lo script sia accreditato a Luciano VincenzoniAge e Scarpelli, sceneggiatori proprio del film di Monicelli.

Con questo film Leone, già padrone di una tecnica fatta di regia e montaggio sopraffini, si sente libero di sperimentare ancora di più con la commistione di immagini e colonna sonora. Da un punto di vista narrativo, infatti, l’impianto è imponente, ma i personaggi non sono altro che macchiette – pur se efficaci e memorabili, s’intende – mentre a interessare maggiormente il regista sono la composizione dell’inquadratura, spesso dominata da figure in primo piano e da paesaggi desertici sconfinati, e il contrasto tra il rumore e il silenzio. Come nella sequenza in cui i killer di Tuco (Eli Wallach) cercano di far fuori il Biondo (Eastwood) contando sulla confusione creata dal passaggio della carovana sudista in strada, solo per venire scoperti quando la parata si arresta all’improvviso. Oppure come nella scena finale, quella del “triello”, in cui Eastwood, Wallach e Lee Van Cleef si affrontano per l’ultima volta: un montaggio serrato fatto di primissimi piani (quelli che Tarantino definisce i “Sergio Leone”) e dettagli delle pistole, scandito dalla magnifica colonna sonora di Ennio Morricone che accosta roboanti assoli di tromba con parti rumoristiche in cui a dominare è il sudore sulle fronti degli avversari.

Un film geniale, capace di intrattenere con un umorismo irresistibile e allo stesso tempo percorso da una vena di nostalgia per un’epoca destinata presto a finire, spazzata via da una guerra che ha lacerato in due il più grande Paese del mondo. E tutto questo salta fuori prepotente dalla visione di Leone, sinceramente innamorato di quel periodo storico, di cui era un grande esperto. Al punto che, se provavi a chiamare i suoi film “spaghetti” western, lui se la prendeva a morte: i suoi erano western, punto e basta. Chi l’ha detto che bisogna essere per forza americani per farli? Gli americani mica si fanno problemi a girare film ambientati in Italia, no? No, infatti. Per fortuna che Sergio ci ha pensato.

Per concludere, vorrei citare Stephen King, che riflettendo sulla creazione della sua celebre saga fantasy La torre nera, scrisse: “Il buono, il brutto, il cattivo è un film epico che rivaleggia con Ben Hur. Clint Eastwood sembra alto sei metri, con ogni singolo pelo della barba grosso come una sequoia. I solchi che incorniciano la bocca di Lee Van Cleef sono profondi come canyon […]. Lo scenario del deserto sembra estendersi almeno fino all’orbita di Nettuno. E le canne delle pistole sono più o meno grandi come l’Holland Tunnel”. Amen.

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