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Pezzi di cinema: Alien (1979)

Pezzi di cinema: Alien (1979)

Di Marco Triolo

Come promesso la volta scorsa, oggi approfondiamo la nostra conoscenza di Dan O’Bannon parlando di un classico assoluto della sci-fi – ma anche dell’orrore – ovvero Alien di Ridley Scott.

Alien nasce dalle idee congiunte di O’Bannon e Roland Shusett, che, colpito da Dark Star, contattò il collega per lavorare insieme a lui. O’Bannon stava all’epoca scrivendo il prologo di uno script intitolato Memory, in cui un gruppo di astronauti si risvegliava dal sonno criogenico per un segnale giunto da un pianeta nelle vicinanze. Insomma, la stessa apertura di Alien, solo che allo sceneggiatore mancava tutto il resto. Fu Shusett a suggerire di integrare nella storia una seconda idea di O’Bannon, sui Gremlins che si infiltravano in un bombardiere B-17 durante la Seconda Guerra Mondiale. Nacque così Star Beast, poi re-intitolato Alien: i due avevano inizialmente intenzione di portare il copione a Roger Corman, ma furono invece introdotti alla 20th Century Fox, e in particolare a Brandywine, una compagnia messa in piedi da Walter Hill e David Giler. I quali accettarono di produrre il film, ma lo riscrissero pesantemente, inventandosi alcune delle idee più vincenti. Ad esempio, l’androide Ash non c’era, nelle stesure di O’Bannon e Shusett. Il primo la prese molto male, arrivando a convincersi che i produttori volessero eliminare i nomi suo e del collega dallo script, appropriandosene. Non fu questo il caso, ma è innegabile che Hill e Giler diedero un apporto molto positivo, pur non avendo alcuna esperienza nella sci-fi.

O’Bannon volle coinvolgere H.R. Giger dopo aver scoperto la sua arte durante la lavorazione di un fallimentare adattamento di Dune (non quello di Lynch, s’intende). Dopo aver visto il dipinto “Necronom IV”, lo sceneggiatore e Ridley Scott convennero di aver trovato il look perfetto per l’alieno, e Brandywine li appoggiò in toto, difendendoli con la Fox, che inizialmente era riluttante perché riteneva che il design fosse troppo spaventoso. “I suoi dipinti ebbero un forte impatto su di me”, dichiarò O’Bannon; “Non avevo mai visto niente che fosse altrettanto orribile e allo stesso tempo bello come i suoi lavori. E così ho finito per scrivere una sceneggiatura su un mostro di Giger”. L’artista svizzero lavorò non solo sul mostro, ma disegnò la superficie del planetoide LV-426, il relitto della nave aliena e tutte e quattro le forme dello Xenomorfo, da uovo a adulto. L’effetto pratico delle fauci del mostro è stato realizzato dal nostro Carlo Rambaldi (anche creatore di E.T.), mentre a interpretare l’alieno fisicamente (indossando cioè il costume di lattice) fu Bolaji Badejo, uno studente di design nigeriano alto due metri e diciotto, che fu scoperto da uno del casting in un bar, per puro caso.

Ridley Scott fu chiamato a dirigere dopo che Walter Hill ebbe rifiutato il lavoro. O’Bannon avrebbe voluto girare il film di persona, ma lo studio lo penalizzò anche in questo. Meglio così: la regia di Scott, che volle enfatizzare il tema horror per trasformare Alien nel “Non aprite quella porta della fantascienza”, è uno degli elementi che contribuisce a rendere il film il teso e inquietante incubo che tutti amiamo. Da notare che anche Moebius, il grande fumettista, fu coinvolto per alcuni giorni nella lavorazione: realizzò degli sketch delle tute spaziali, poi usati come riferimento da John Mollo nei suoi design.

Una menzione finale va fatta al cast: Ian Holm, John Hurt, Yaphet Kotto, Tom Skerritt, Veronica Cartwright e Harry Dean Stanton danno tutti il meglio di sé, ma naturalmente è la Ripley di Sigourney Weaver a essere entrata nell’immaginario collettivo. La sua interpretazione è pulsante e nevrotica, risoluta e materna: non sorprende che sia diventata l’assoluta protagonista dei seguiti, anche se in questo primo film il suo ruolo emerge di meno, diventando centrale solo alla fine. La decisione di scegliere una donna come protagonista fu presa da Giler e Hill, in modo da differenziare Alien dalla media dei film di sci-fi, in cui a dominare erano sempre gli uomini. E poi è un contraltare perfetto a un mostro che praticamente è un simbolo fallico a due gambe. E pensare che fu l’ultima attrice a essere scritturata, e non aveva grande esperienza al cinema: quando si dice un inizio col botto.

Di seguito, una delle scene a più alto impatto della storia del cinema: l’esplosione di sangue e viscere con cui il “Chestburster” si libera dal petto del suo ospite, il povero Kane (Hurt). La settimana prossima, proseguiremo con la filmografia di Dan O’Bannon, e parleremo del cult horror Il ritorno dei morti viventi.

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