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I primi applausi sono tutti per Woody

Di Andrea D'Addio

Midnight In Paris Owen Wilson Carla Bruni Woody Allen Foto dal Set 46

Due minuti di cartoline da Parigi, inquadrature fisse di vari angoli della capitale francese che scorrono come sul proiettore in casa di un amico appena tornato da un viaggio e desideroso di far vedere a tutti le proprie diapositive. Ecco Parigi con il sole, con la pioggia, di giorno, di pomeriggio, ed infine di notte, dopotutto il film si intitola Midnight in Paris e da qualche parte bisognava pure iniziare. I titoli di testa scorrono sullo schermo nero mentre un dialogo fuori campo ci introduce nella storia. Una coppia di americani in visita a Parigi, per lui la città è un colpo di fulmine, mentre la osserva si lascia andare ai sogni e pensa che non ci sarebbe stato periodo e luogo migliore in cui vivere che gli anni ’20 nella città in cui all’epoca vivevano, almeno ogni tanto, alcuni dei più grandi artisti dello scorso secolo: Hemingway, Scott Fitzgerald, Picasso, Dalì, Modigliani, Gertrude Stein, Cole Porter e tanti altri.

Tra Gil e Inez, la coppia cui sopra, le cose non vanno tanto bene, sono fidanzati, ma non condividono gli stessi sogni. Lui è un affermato sceneggiatore che ha deciso di fermare la propria carriera ad Hollywood per scrivere un romanzo, lei è una sofisticata figlia di papà pronta a lasciarsi affascinare da qualsiasi barlume di cultura che provenga da chi ha l’aria di essere un intellettuale, meglio se presuntuoso e saccente.  Le luci di Parigi di notte sono eterni inviti a passeggiare e a perdersi nei vicoli e così Gil decide di andarsene per conto suo a schiarirsi le idee sul suo futuro. Suonano le campane di una chiesa vivina, ed ecco che in un attimo si ritrova indietro di novant’anni, a discutere e ballare con tutti quei personaggi che aveva sempre visto come irraggiungibili. Rincorrere l’idealizzazione di un passato magnifico può sopperire l’esigenza di vivere la propria esistenza al tempo presente?

Mezzanotte a Parigi Rachel Mcadams Owen Wilson foto dal film 4

In una carriera di alti e bassi, in cui anche i bassi sono sempre lavori ben al di sopra della media di tutti gli altri cineasti contemporanei, Woody Allen tira fuori l’ennesimo coniglio dal cilindro. Ammalia con l’espediente magico, scalda con il romanticismo di una storia che ha come esponenti Parigi e il sogno segreto di molti di noi: potere incontrare i nostri miti del passato. “Per me è stato facile scrivere uno script del genere” ha affermato qui in conferenza stampa a Cannes, attorniato da un cast di attori dai volti freschi, solari come la voglia di approcciarsi alla vita che viene dopo aver assistito ad un film del genere. Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Adrien Brody, Michael Sheen e persino Carla Bruni, tanto sullo schermo, quanto ora che ci sono a poche decine di metri (solo la Bruni non c’è) l’aurea di divi non ancora logorati dai flash, ma ancora in grado di reinventarsi in ruoli e personaggi da scoprire come se si potesse ogni volta ripartire da zero.

In mezzo a loro, Woody Allen con la sua camicia azzurra e gli occhiali dalla solita grossa montatura nera, sembra il sapiente capo animatore di un gruppo di bravi e responsabili ragazzi, di quelli che si sanno godere la vita senza eccessi, ma non per questo senza humour. “Prendi del Valium…. è la pillola del futuro” dice Gil a una Zelda Fitzgerald pronta a suicidarsi buttandosi nella Senna. Gli anni passano, ma Woody, quando vuole, è ancora in grado di far scoppiare risate e applausi a metà di un film, in una sala gremita di giornalisti vogliosi (ne abbiamo sentiti tanti mentre facevamo la coda per entrare) di ripetere la solita frase: “Woody non è più quello di una volta”. Lo è, non lo è, non è importante stabilirlo. Finché avrà qualcosa da dirci, anche se piccolo e apparentemente di poco conto, sarà sempre il benvenuto.

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