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Cannes 2011, Non passare davanti al giornalista!

Di Andrea D'Addio

Proiezione stampa alle 8 e 30 del mattino di The Tree of Life. Manca mezz’ora all’inizio, eppure la coda coinvolge anche i “giornalisti superstar”, ovvero gli invidiati possessori di badge bianco, ultimo livello di una gerarchia che, partendo dal vertice e scendendo verso la base, passa per il rosa con pastiglia, rosa normale e azzurro per arrivare al povero giallo a cui toccano sempre code interminabili spesso culminanti con il mancato accesso in sala.

Una ventina di transenne delimitano i percorsi da seguire per ogni tipo di badge, ma si è appena sparsa la voce che in contemporanea faranno partire un’altra proiezione dello stesso film in una sala accanto al Grand Théâtre. E’ una sorta di rompete le righe, chi prima arriva meglio alloggia, nessun rispetto dei badge, mors tua vita mea. E così, nel giro di qualche centesimo di secondo, quelli che dovrebbero essere intellettuali, si trasformano in un branco selvaggio di iene pronte a sbranarsi per arrivare al proprio obiettivo. Corrono, si spintonano, non c’è niente da fare, devono entrare in sala, non perdere un film che, solo un’ora dopo, molti di loro abbandoneranno perché troppo noioso, perché si ha altro da fare, perché senza colazione non riescono a concentrarsi e lo stomaco ha sempre ragione o perché inspiegabilmente l’iPhone non gli prende là dentro e devono scrivere su Twitter che c’era una bolgia tremenda per Malick e che hanno visto giornalisti o altri professionisti del settore (anche loro sono ammessi a queste proiezioni) utilizzare il proprio badge come intimidatori rasoi per evitare che qualcuno li sorpassasse in fila, senza specificare che quei tweet li potrebbero scrivere utilizzando la prima persona singolare.

Non li puoi trattenere, a poco servono gli addetti all’organizzazione del festival che provano a controllare l’indemoniato flusso di persone che accorrono davanti all’altra sala. C’è un cancello prima delle scale che portano al cinema, tutti dovrebbero passare di lì e farsi controllare la foto sul badge, ma è una procedura troppo lunga per chi, se non vede The Tree of Life alla prima proiezione del mattino, per penitenza, al suo ritorno in Italia sarà sicuramente costretto dal proprio caporedattore a sorbirsi due volte consecutive la visione di The New World. E così bastano tre minuti di attesa per vedere il primo accreditato terrorizzato dall’idea di sei ore in compagnia di Colin Farrell e Pocahontas, pronto a scavalcare il cancello saltando il controllo badge. Uno della security gli grida che non può farlo, lui risponde un emblematico “Je m’en fous” (Me ne fotto),  nessuno lo può inseguire, quello della security non si può allontanare dalla sua postazione e di questo si rendono conto tutti gli altri accreditati in fila. E così basta un attimo e gli scavalcatori sono una decina, poi una ventina, trenta, cinquanta, alla fine tutti scavalcano, qualcuno cade male, gli fa male la caviglia, rimarrà indietro, non ce la farà ad entrare, la prossima volta si allenerà prima di venire a Cannes, ci poteva pensare prima. Donne con una certa età che quando entrano in sala ti chiedono se puoi lasciargli il posto finale della riga di sedili in modo che possano allungare le proprie gambe doloranti, vengono sicuramente punte dall’insetto dell’Uomo Ragno e improvvisamente si trasformano in tante Nadia Comaneci in grado di appoggiare una mano sulla rete metallica per prendere lo slancio di un salto da campionesse mondiali. Quando, fra quaranta minuti, le rivedremo sedute in sala, localizzandole solo dopo avere a lungo cercato di capire chi è che stia russando in maniera così insopportabilmente irregolare, alternando naso e bocca con tanto di sporadiche doppiette ed ogni tanto riemergano emettendo sussulti perfetti per spaventare il povero spettatore che gli è seduto accanto, nessuno si sentirà in diritto di svegliarle, oggi hanno fatto uno sforzo atletico per le quali meritano al massimo il nostro applauso, di certo non l’interruzione del solito pisolino delle dieci del mattino.
Di “Je m’en fous” se ne sente anche un altro prima dell’inizio della proiezione. E’ quello di una ragazza che si siede sulla poltrona di un tizio andato a chiacchierare un attimo a pochi metri di distanza lasciando zaino e giacca a presidiare il proprio posto. “Guarda che lì ci sto seduto io” fa lui e lei, imperturbabile rimane seduta, fa finta di nulla, lui rigrida la stessa cosa e lei le risponde che no, non gliene frega nulla con un tono che se fosse stata italiana avrebbe accompagnato un “chi va a Roma perde la poltrona” che ci stava tutto, tanto da guadagnarsi il nostro tifo e portare lui dalla parte del torto. Morale della favola? Litigata davanti a tutti, il tizio alla fine riesce a riprendersi il proprio posto, ma quando vede che per raccontare di un papà severo e del figlio con lo sguardo storto, Malick tira fuori anche le immagini di un dinosauro che va a caccia di altri dinosauri tra le risate generali, giustamente si alza ed esce dalla sala per andare a scrivere la reazione del pubblico alla scena sul suo Twitter. Rientra poco dopo, guarda altri dieci minuti di film e poi se ne riesce. Il suo lavoro per oggi l’ha fatto. Lo guardiamo. Ha un pass rosa con pastiglia, non è ancora una superstar, ma è sulla buona strada per diventarlo. Beato lui…

Vi ricordo che per conoscere tutte le ultime news dal Festival e dal mercato di Cannes, vi basta cliccare sulla nostra scheda sul database (la trovate a questo link). Qui trovate la recensione di The Tree of Life di Terrence Malick

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