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Cannes 2011, Mangiare durante un festival….

Di Andrea D'Addio

Com’era il film? Lo recupero alla prossima proiezione? Ne vale la pena? Così come si chiede all’amico cinefilo un consiglio prima un film da vedere al cinema o in dvd, così accade durante un festival tra colleghi giornalisti. Belli i festival, ma quando devi scrivere, vedi prima di tutto i film “notiziabili”, non quelli da cui ti aspetti di più. E così l’annosa domanda da porsi quando si ha finito di lavorare, è se valga la pena tornare in sala o prendersi il tempo per qualche altra attività.

C’è chi chiama le fidanzate-fidanzati rassicurandoli che non c’è nulla di cui preoccuparsi se la notte prima non hanno risposto al telefono, è solo che stavano vedendo una speciale proiezione aggiunta in extremis di un film che in realtà hanno visto nel pomeriggio (gira voce che, da questo punto di vista, i festival siano riconosciute internazionalmente come zone franche), c’è chi va a farsi una passeggiata sul lungomare, perché Cannes è pur sempre Cannes ed è importante non dimenticarsi della sua bellezza e c’è chi decide di tornare a casa e lavarsi, perché incomincia un po’ ad insospettirlo quel continuo fuggi fuggi che prende vita  intorno a lui ogni volta che si siede, con tanto di colleghi qualche secondo prima seduti accanto a lui che improvvisamente decidono di andare in bagno  portandosi dietro borsa e giacca e dopo qualche minuto salutano dall’altra parte della sala gridando che rimarranno lì perché hanno appena incontrato un vecchio amico dell’asilo, la stessa tattica utilizzata da Peter Sellers dopo aver inavvertitamente sparato una freccia con ventosa sulla fronte di un invitato che giocava a biliardo durante l’ Hollywood Party di Blake Edwards: il tempo di alzare gli occhi e si è già percorsa una distanza degna di un teletrasporto in modo da allontanare  qualsiasi sospetto di malefatta.

C’è chi decide di uscire fuori dal Palais e mangiare qualcosa, a costo di lasciare sei euro per un tramezzino che si sarebbe rifiutare di servire anche il cuoco delle frittelle di Road Trip, c’è chi va a scroccare un caffè al bar della Nespresso e c’è chi parla, in gruppo, a bassa voce con agendine e calendar di iPhone in mano, pianificando chissà quale complotto. Ebbene, sono proprio questi giornalisti i più pericolosi per il buon nome degli italiani all’estero. Lì, incrociando email ricevute dai più disparati uffici stampa del mondo, una parte fondamentale della giornata: a quale festa imbucarsi per potere andare a mangiare gratis la sera. Il fatto è che in posti come Cannes o Venezia (per fortuna Berlino è tutta un’altra storia) andare a cena fuori non solo è piuttosto costoso, almeno 15 euro per una portata e una bibita, ma non si parla neanche di cibo che sazia o soddisfa per qualità. Per un freelance che in una giornata può guadagnare 70 euro al giorno, se gli dice bene, spenderne 25 al giorno per il cibo tra colazione e cena (il pranzo si salata regolarmente) più una trentina per un posto letto in un appartamento di veri accampati, in cui manchi poco che si dorma a turno per potere suddividere il costo dell’affitto con un numero maggiore di persone, più l’ammortizzamento del viaggio per raggiungere il festival, beh, è una spesa che incide parecchio sul portafoglio. Ed ecco quindi che quella italiana ai festival è una vera e propria delegazione che condivide informazioni e si muove in gruppo, caratterizzando cene, cocktail e party vari, riempiendo le caselle di chi organizza questi eventi con la tipica frase “confermo la mia presenza alla serata di questa sera”, tralasciando il fatto che non si era stati invitati e che la mail che appare in calce, è stata girata da un qualcuno di cui è stato giustamente cancellato il nome per non lasciare tracce su chi abbia fatto la soffiata. Se la cena è a buffet, vengono lanciate delle vere e proprie ancore sotto le piastrelle del pavimento vicino i tavoli. Si prende il piatto in mano, ma è giusto un simbolo rivolto a chiunque si voglia avvinciare per far capire a tutti l’attività in svolgimento, mangiamento a sbafo in quantità, mente si magia servendosi direttamente dalla tavola imbandita. Quando invece la cena è più sofisticata, sempre in piedi, ma con camerieri che girano per la sala i vassoi, porgendo microtazzine con mircocucchiani emicroforchettine per microporzioni di cibo che sazierebbero solo al ventesimo passaggio, allora il posto giusto dove farsi trovare è quello vicino alle cucine. E da lì che esce la cibaria, e così, facendo finta di niente ci si mette lì a chiacchierare mentre con la coda dell’occhio si attende che il cameriere si avvicini e e faccia il suo dovere. Passano tutti di lì, basta che una persona lo fermi e gli altri colleghi si aggiungono in tempo zero.

E’ una tattica che si può intraprendere un paio di volte al massimo, il cameriere non è fesso, conosce i tipi come loro, e così prima prova a fare un giro alternativo, poi corre veloce quasi tenendo nascosto il vassoio sotto il proprio camice bianco, infine, quando vede che voi e i vostri amici siete in grado di seguirlo ovunque e che proprio non ce la fa a raggiungere gli invitati che si trovano alla fine della sala per porgergli qualcosa da mangiare, prima che sia tutto finito, incomincia a mandarvi occhiatacce, a farvi sentire in colpa per ciò che state facendo. Ogni tanto la tattica funziona, ogni tanto no. La fame non guarda in faccia a nessuno. Basta che il cameriere si fermi una volta e parte la ressa  alla tartina, assalti degni di una rapina al treno descritta da Michael Crichton. E’ una vera guerra e chi riesce a riempirsi  la bocca più degli altri, alla fine di ogni round si guarda intorno cercando i complimenti dei colleghi. “Ho fatto tripletta” ripete il giornalista con una tartina per ogni mano più una in bocca. Bravo, ma aspetta che passi il prossimo vassoio, mangia bene, e di più, chi mangia ultimo….

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