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Cannes 2011, la recensione di This Must Be The Place

Di Andrea D'Addio

Gira voce che quando, durante il party di chiusura di Cannes di tre anni fa, l’allora presidente di giuria Sean Penn chiese a Paolo Sorrentino di contattarlo quando avrebbe avuto un nuovo progetto tra le mani, fosse in realtà ubriaco. Sorrentino si chiuse in studio e dopo un mese circa aveva già scritto la sceneggiatura di un soggetto che da tempo gli ronzava in testa, ma quando contattò Penn, lui non si ricordava di quell’invito, ma accettò comunque di leggere la sceneggiatura. Penn aveva veramente amato Il Divo e sapeva bene che in vino veritas, se aveva detto quelle parole, significava che in fondo lo pensava davvero e la lettura della sceneggiatura lo conquistò. Si abbassò il cachet e diede via libera a Sorrentino.

This Must Be the Place - Sean Penn

Ecco la storia di come è nato il più ambizioso, internazionalmente parlando, film italiano degli ultimi anni: This must be The Place (titolo che viene dalla canzone dei Talking Heads e dal fatto che sia stata rifatta dagli Arcade Fire: un espediente trovato per simbolizzare il leit motiv del film, ovvero il contrasto tra passato e presente). A differenza di Muccino e delle sue trasferte negli Stati Uniti con Will Smith, Sorrentino è un autore con un’impronta molto più europea, tanto nello stile quanto nei contenuti delle sue storie di cui del resto è anche sceneggiatore e soggettista. Il suo era ed è tuttora un tentativo più rischioso di fare breccia nel pubblico statunitense, sceglie come protagonista un personaggio che si trucca e veste come un emo di quindici anni, una sorta di Robert Smith dei Cure dallo sguardo ancora più triste. E’ un divo del rock represso che da venti anni si è ritirato nella propria villa a Dublino assieme all’amorevole moglie, almeno finché non viene a sapere della prossima morte del lontano padre malato. Viaggia così di ritorno verso gli Stati Uniti, e quando scopre che il papà ormai morto aveva dedicato la propria vita alla ricerca di un ex nazista, decide di proseguire la sua ossessione e finalmente trovarlo.
Come è solito per i road movie,  il viaggio si rivelerà importante non per la destinazione, quanto per il percorso stesso. Le varie persone e situazioni incontrate durante questa ricerca segnano il nostro anti-eroe, un uomo imprevedibile, sornione, molto determinato nonostante le apparenze e lo sguardo malinconico di chi sembra che la vita la stia solo subendo. Sorrentino racconta la sua storia con la sua solita ricchezza estetica, tanti movimenti di macchina laterali e in profondità, intenso utilizzo degli elementi sonori della musica (curata da David Byrne), perfetta tanto per sottolineare i vari stati d’animo dei personaggi quanto come collante narrativo, grande lavoro sulla fotografia (del fido Bigazzi) e sulle interpretazioni, insomma, a livello tecnico, nulla da dire, ovunque si vada, si trovano delle eccellenze. Eppure il totale appare come un eccesso di manierismo. Tanto Sorrentino quanto Penn, sovraccaricano situazioni, testi, non detto e troppo detto (la voce fuori campo è una sottolineatura di cui non si sentiva il bisogno), lasciando tanti punti interrogativi a livello narrativo.

This Must Be The Place Sean Penn Foto dal film 01

Per quanto Penn faccia ridere, il suo percorso di “rinascita” si conclude un po’ frettolosamente e ce ne si rende conto più dal fatto che si metta a fumare una sigaretta che da qualche suo particolare atteggiamento specifico che ne dimostri la nuova maturità acquisita. Allo stesso modo Sorrentino crea sì straordinari momenti di cinema, riuscendo a giocare benissimo sul paradosso di un’immagine ipercurata contrapposta alla semplicità con cui crea comicità da alcune situazioni (si veda la scena del ping pong) , ma il gioco non sempre gli riesce fino in fondo, e, come si dice a Roma, Est modus in Rebus, “il troppo stroppia”. C’è una tale densità di elementi in ogni sequenza che quasi ci si dimentica della storia, non ci si emoziona mai con il protagonista, ma si guarda il tutto dall’esterno, davanti al quadro e non dentro. E non è un caso se alla fine il personaggio più riuscito di tutti è quello interpretato dalla solare Frances Mc Dormand, e la sua assenza in tutta la seconda parte si fa sentire. Forse sarà Palma d’oro per Penn, forse, a sorpresa, anche per Sorrentino visto che il film è stato sostanzialmente apprezzato alla proiezione della stampa al festival, nonostante qualche buu, ma da italiani che hanno visto tutti gli altri film del regista napoletano, non possiamo dire che si tratti del suo migliore film (chi scrive continua a reputare L’uomo in più come il migliore, con Il Divo poco dietro, ma qui ognuno ha la propria opinione).

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