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Cannes 2001, The Artist candidato numero uno alla Palma d’Oro

Di Andrea D'Addio

The Artist Poster Francia 01Occhi lucidi, mani che battono ritmicamente una sull’altra mentre il suono dell’applauso intorno è così coinvolgente che diventa difficile fermarsi. Hai appena ricevuto un regalo, ti sei appena alzato per tributare una standing ovation perché sono questi i film che ti continuano a far amare il cinema, pepite d’oro che capitano tra le mani poche volte l’anno, qualche volta neanche una. The Artist di Michael Hazanavicius, presentato questa mattina alla stampa, è uno di quei film così arditi, originali, poetici e comunque divertenti, che è impossibile non amare. Gira voce che il film di Paolo Sorrentino sia splendido, bisognerà aspettare venerdì per averne conferma (ma abbiamo parlato con un paio di persone della produzione che con la mano sul cuore ci hanno detto che è straordinario…speriamo sia vero), ma sarà davvero dura per la giuria non assegnare la Palma d’oro ad una pellicola pressoché perfetta come The Artist.

Bianco e nero. Lo è il logo della Warner all’inizio, lo sono le immagini che cominciano a scorrere davanti ai nostri occhi. 1927. Un uomo sta subendo un elettroshock, non vuole confessare, i torturatori continuano, lui non cede, e alla fine, per non ucciderlo lo chiudono in una cella in attesa di riprendere il trattamento. Passa qualche secondo, ed ecco che il nostro eroe riprende coscienza e comincia a studiare un piano per evadere. Trova uno stratagemma, è fuori, deve liberare la sua amata, anch’ella imprigionata, e poi andare a sconfiggere il cattivo. La sua avventura continua mentre l’obiettivo si sposta sul pubblico di una sala del 1927 che sta guardando proprio quel film. Gli spettatori si emozionano, ridono, si scambiano commenti e ogni tanto rivolgono lo sguardo all’orchestra che ai piedi del palco accompagna con musica dal vivo il procedere dei fotogrammi. E’ il giorno della prima, dall’altra parte dello schermo il cast aspetta che scorrano i titoli di coda per presentarsi agli spettatori e ricevere i meritati applausi. Star della serata è Georg Valentine, vanesio, certo, ma un vero showman, una sorta di Rodolfo Valentino che emana fascino ad ogni gesto. Fuori dal cinema lo aspettano fotografi e fan deliranti. Proprio una di queste si trova accidentalmente dall’altra parte delle barriere, lui le sorride, un fotografo capisce che tra i due c’è alchimia, gli chiede di unirsi per una foto ed ecco che inizia la nostra storia, quella di un attore che, con l’avvento del sonoro, passerà dalle stelle alle stalle, e quella di una dolce ragazza che al contrario sfrutta quell’attimo di notorietà per diventare il nuovo talento del cinema “con i rumori”…
Hazanavicius omaggia il cinema muto degli anni ’20  e ’30 come solo chi lo ama e lo conosce come le sue tasche, potrebbe fare. Il suo è un film muto, è vero, ed anche in bianco e nero, ma i movimenti di macchina sono ricchi e articolati, ben lontani dalle regie dell’epoca, così come lo sono elementi a prima vista dati per scontati in una pellicola di oggi, come un cane addestrato, che invece all’epoca era quasi impossibile da trovare. Tutto ciò che è “tolto” a livello estetico (colori e dialoghi) diventa un surplus su cui giocare e far divertire. Lo ameranno cinefili e non, quando si parla di passione, sia tra due persone che verso una disciplina artistica, il cinema, che è una perfetta metafora di vita, l’immedesimazione avviene naturalmente. Il risultato è così una commedia poetica e commuovente, piena di scene degne di entrare nella memoria del cinema (come quella dell’improvvisa immissione del suono, quella del Bang o delle sabbie mobili), trainata dalle perfomance dei suoi due attori protagonisti, Bérénice Bejo e Jean Dujardin, la prima moglie del regista, il secondo suo grande amico (hanno girato quasi tutti i film assieme). Anche per loro due è difficile non immaginare un qualche tipo di riconoscimento.

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