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Tra Alieni e Cowboy: Il cavaliere pallido

Di Marco Triolo

Nell’attesa che Cowboys & Aliens, la pellicola western/sci-fi diretta da Jon Favreau e ispirata all’omonima serie di fumetti creata da Scott Mitchell Rosenberg, faccia il suo ingresso nelle sale italiane, la redazione di ScreenWEEK.it ha deciso di condurvi lungo un viaggio alla scoperta delle due dimensioni che conpongono questo titolo, che sono appunto quella fantascientifica e quella western. Ogni settimana parleremo di un lungometraggio fondamentale che compone il vastissimo panorama di quella cinematografia cosiddetta di genere. La giusta occasione per ricordare alcune pellicole che troppo spesso finiscono dimenticate e, perchè no, arrivare adeguatamente preparati al 9 settembre 2011, giorno in cui Cowboys & Aliens arriverà nelle nostre sale. Dopo avervi presentato La Guerra dei Mondi, Il Mucchio Selvaggio, Ultimatum alla Terra, I magnifici sette, La Cosa, Un dollaro d’onore, e Il mondo dei Robot, tocca a uno dei massimi interpreti del genere, Clint Eastwood (e che razza di nome è?).

Clint Eastwood è nato per fare western. Tanto per citare Stephen King e la sua gigantesca saga fantasy ispirata al cinema di Sergio Leone, La torre nera, è stato il “Ka” a volere che il giovane e sconosciutissimo figurante di un paio di episodi della serie TV Rawhide, destinato probabilmente all’anonimato per il resto della sua carriera, sia stato scelto da Leone per interpretare Per un pugno di dollari. Non fosse stato per questo cruciale evento, ci saremmo perso uno dei migliori interpreti del filone dei cowboy, nonché uno dei più grandi registi del Ventesimo Secolo.

Il cavaliere pallido Poster USAPer fortuna il fato ci ha condotti nella giusta direzione, e ora eccoci qui a parlare de Il cavaliere pallido, western diretto e interpretato da Eastwood nel 1985. La storia non è niente di che, e rimanda smaccatamente allo schema dei film di Leone: una piccola comunità di cercatori d’oro, arroccati in un canyon, viene costantemente fatta oggetto di raid da parte dei pistoleri ingaggiati da LaHood, un affarista senza scrupoli che vuole farli sloggiare per impadronirsi della terra e dell’oro. Ma un giorno, spunta dal nulla un cavaliere solitario che affronta con coraggio gli sgherri di LaHood e infonde speranza e coraggio nel cuore degli abitanti di Carbon Canyon. Il suo nome non è noto, ma l’uomo porta un collarino da prete, il che spinge tutti a chiamarlo “predicatore” (in italiano, il suo soprannome è stato preso per un nome proprio, e dunque tutti lo chiamano Preacher).

Insomma, è il classico “straniero senza nome” di Sergio Leone, ma il colpo di scena del collare spezia la formula al punto giusto. Il fatto è che l’uomo è troppo abile con la pistola e troppo avvezzo a difendersi, per credere che si tratti davvero di un reverendo. Eastwood, saggiamente, non scioglie mai il dubbio, così come non svela niente del passato del predicatore. Nemmeno quando entra in scena Stockburn, uno sceriffo/mercenario che si vende al migliore offerente (in questo caso, LaHood) e che sembra avere un conto in sospeso con il predicatore. Ma cosa sia avvenuto tra loro non viene mai detto: il che è in linea con la filosofia di Leone, che preferiva costruire archetipi narrativi, piuttosto che personaggi a tutto tondo. Spesso anche lui utilizzava la vendetta nei suoi film (vedi Per qualche dollaro in più e C’era una volta il West), ma come semplice motore delle vicende. In fondo, è davvero così importante conoscere la verità? A volte è meglio un velo di mistero sulle ragioni dei personaggi, perché è così che si costruisce il mito.

Eastwood questa lezione l’ha imparata molto bene, anche se curiosamente sceglie di applicare al canovaccio leoniano uno stile molto meno epico di quello del maestro: tutto appare in scala ridotta, dalla cittadina fatta di tre o quattro edifici al massimo, ai duelli che si risolvono in fretta senza tante dimostrazioni di forza registica. L’unica cosa imponente sono le montagne che sovrastano costantemente le vite degli uomini, come a sottolinearne l’essenza di minuscole creature di passaggio. Interessante il gioco al ribaltamento operato da Eastwood nel duello finale, dove si affrontano due avversari che rivestono ruoli precisi, uno sceriffo e un predicatore, ma si comportano all’opposto rispetto a quello che normalmente ci si aspetterebbe dai loro ruoli.

Il cavaliere pallido è un solido prodotto di genere, lontano dai picchi del tardo Eastwood (che sarebbero iniziati solo qualche anno più tardi con un altro western, Gli spietati), ma pur sempre efficiente nel narrare una storia che è allo stesso tempo omaggio a Leone e personale e ironica rilettura delle figure portanti di un genere. Da recuperare.

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