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Pezzi di cinema: Lo squalo (1975)

Di Marco Triolo

Oggi parliamo di un film che non ha bisogno di presentazioni: uno dei massimi capolavori di Steven Spielberg, Lo squalo. Tratto da un romanzo di Peter Benchley, il film fu sviluppato inizialmente dai produttori Richard D. Zanuck e David Brown per la Universal. Prima di Spielberg, i due considerarono John Sturges e Dick Richards per la regia. Quest’ultimo fu licenziato perché si ostinava a chiamare lo squalo “la balena”!

Per contratto, Benchley aveva il diritto di scrivere la prima stesura del copione. Ne scrisse in realtà tre, ma nessuna andò a genio ai produttori e a Spielberg, che ingaggiarono in seguito lo sceneggiatore Howard Sackler, non accreditato. La versione finale del copione fu scritta praticamente sul set, durante le riprese: Carl Gottlieb rielaborò buona parte delle scene, e John Milius diede una ripulita al tutto: a Milius va anche accreditato il famoso monologo di Quint (Robert Shaw) sulla U.S.S. Indianapolis, che Spielberg però attribuisce a una collaborazione tra Milius, Sackler e Shaw. Il regista, di comune accordo con i produttori, decise di tagliare buona parte delle sottotrame imbastite da Benchley nel romanzo, in particolare una storia d’amore tra Matt Hooper (Richard Dreyfuss) e la moglie di Martin Brody (Roy Scheider), perché riteneva che avrebbe danneggiato il cameratismo del trio di protagonisti, una volta che fossero partiti a caccia dello squalo a bordo dell’Orca.

La lavorazione del film fu un inferno: erano previsti 55 giorni di riprese, per un budget di 4 milioni di dollari. Alla fine, ci vollero 159 giorni, e il budget arrivà a 9 milioni. Spielberg pensava seriamente che non avrebbe lavorato mai più, anche se i ritardi giovarono al film più del previsto: in questo modo, lo script fu meglio rifinito, e il malfunzionamento continuo degli squali meccanici portò Spielberg a giocare sulle suggestioni. Così, lo squalo fa più paura quando non si vede, o quando la sua presenza è segnalata solamente dalla pinna dorsale o dai galleggianti che si porta appresso nella sequenza finale. E a proposito di spaventi: avete presente la scena agghiacciante in cui Hooper viene sorpreso da un cadavere che fa capolino dalla fessura di una barca distrutta dallo squalo? Beh, non c’era, in occasione delle prime proiezioni test. Fu lo stesso regista a volerla, e la finanziò di tasca sua (costò circa 3000 dollari) pur di ottenere uno spavento in più.

Hooper è anche protagonista di un’altra sequenza di grande tensione: quella in cui lo squalo attacca la gabbia subacquea in cui lui è rinchiuso. La scena, in realtà, fu girata da Ron e Valerie Taylor in Australia, con squali veri e un nano con la muta da sub, per camuffare le proporzioni e far sembrare lo squalo un gigante. Durante le riprese, uno degli squali infilò il muso nella gabbia e la devastò: il girato era talmente emozionante, da spingere Spielberg a cambiare il destino di Hooper – che nel romanzo viene ucciso, mentre nel film riesce a scappare – per giustificare il fatto che nel girato dei Taylor la gabbia in quel momento era vuota. La magia del cinema…

Del film, oltre alla tensione magistrale, rimangono impressi i protagonisti, e in particolar modo l’eccezionale Quint di Robert Shaw. E, naturalmente, la geniale colonna sonora di John Williams, che ha fatto la storia della settima arte.

Qui sotto, due scene: il monologo sulla Indianapolis e il famoso “Ci serve una barca più grossa!”.

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