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Pezzi di cinema: Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

Di Marco Triolo

Dopo Lo squalo, eccoci a parlare di un altro grande classico firmato Steven Spielberg, Incontri ravvicinati del terzo tipo. Sin da ragazzino, Spielberg è stato ossessionato dal contatto con extraterrestri, e Incontri ravvicinati include parecchie scene rigirate inquadratura per inquadratura a partire da Firelight, un lungometraggio da lui diretto quando ancora era ragazzino.

Il regista iniziò a lavorare al film mentre era impegnato nella post-produzione di Sugarland Express: inizialmente, il film doveva intitolarsi Watch the Skies (citazione da La cosa da un altro mondo) ed essere centrato sul progetto Blue Book, tramite il quale l’Air Force americana aveva esaminato il fenomeno UFO tra gli anni Cinquanta e Sessanta. La prima stesura dello script fu realizzata da Paul Schrader, e Spielberg avrebbe dovuto iniziare la lavorazione nel 1974, ma decise infine di dedicarsi a Lo squalo. Schrader consegnò comunque la sua sceneggiatura, intitolata Kingdom Come: Spielberg la trovò “imbarazzante”, e commissionò a John Hill una riscrittura. Scontento di entrambe le stesure – “Volevano farne un’avventura alla James Bond” – il regista scrisse infine il copione con Jerry Belson, non accreditato.

Incontri ravvicinati del terzo tipo è un film complesso e stratificato: al di là della sua natura di opera fantascientifica, contiene il tema della famiglia tipico di Spielberg, che crescendo fu segnato dal divorzio dei genitori e dall’assenza del padre. La crisi di Roy Neary (Richard Dreyfuss, un attore che Spielberg ha spesso definito il suo alter ego) e il suo progressivo distaccarsi dalla famiglia sono emblematici. Eppure, anche quando Roy abbandona tutto e tutti per partire verso l’ignoto insieme agli alieni, non scatta mai una critica nei confronti di un uomo che lascia la propria famiglia. Anzi: siamo di fronte a un uomo nuovo, ambasciatore di una razza umana che è stata fatta partecipe dei misteri del cosmo, ed è ora degna di entrare in una comunità più vasta. “Se possiamo parlare agli alieni in Incontri ravvicinati – disse Spielberg a proposito del tema della tolleranza – perché non con i Rossi nella Guerra fredda?”. Non mancano i riferimenti biblici: a casa Neary si guarda I dieci comandamenti di Cecil B. DeMille, e la Torre del Diavolo potrebbe essere paragonata al monte Sinai, gli alieni a Dio e Roy a Mosè.

Meritano una menzione anche gli effetti speciali di Douglas Trumbull (2001: Odissea nello spazio, Guerre stellari) e i modelli degli alieni creati e animati dal nostro Carlo Rambaldi, che più avanti avrebbe lavorato a E.T., sempre per Spielberg. La colonna sonora di John Williams comprende il famoso tema a cinque note che è anche uno dei più famosi biglietti da visita del film. Spielberg considerò più di 300 combinazioni scritte da Williams, prima di scegliere quella adatta. Da una mistura di elementi disparati, è nato infine uno dei più grandi film di fantascienza di sempre, e uno dei massimi capolavori di Spielberg. E visto il suo curriculum, scusate se è poco.

Un’ultima curiosità: George Lucas fece con Spielberg una scommessa: Incontri ravvicinati avrebbe avuto più successo di Guerre stellari, uscito lo stesso anno. Per sua fortuna, perse la scommessa. A seguire due scene leggendarie: la musica di John Williams accompagna il primo incontro tra gli umani e la nave madre degli alieni, e il piccolo Carey Guffey viene rapito dagli extraterrestri.

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