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Intervista in esclusiva per Screenweek a Giambattista Avellino, regista di C’è chi dice No

Di Claudia

Oggi ho il piacere di proporre a tutti gli amici di Screenweek l’intervista che ho realizzato in esclusiva a Giambattista Avellino,

regista del film C’è chi dice no, che uscirà al cinema il prossimo 8 aprile distribuito dalla Universal Pictures

Salve prima di passare nel vivo della nostra intervista volevo ringraziarla per la disponibilità e per il tempo che mi hai concesso in questo periodo di estremo fermento in vista dell’imminente uscita del suo ultimo film.

C’è chi dice no affronta un tema molto noto alla gran parte degli italiani “le raccomandazioni”. Come mai ha scelto questo tema, è stato anche lei vittima di questo malcostume?
Il non riconoscimento del merito, la piaga delle raccomandazioni sono problemi talmente comuni e incidono così tanto nella vita di tante persone che un narratore non può che essere attirato da argomenti e temi di questo tipo. Ti dici: lì deve esserci per forza una storia interessante da “trovare” e raccontare.

C'è chi dice no Paola Cortellesi Luca Argentero Paolo Stefano Ruffini - Foto 6

I protagonisti principali del film sono Luca Argentero, Paola Cortellesi e Paolo Ruffini, può raccontarci i loro personaggi?
Sono tre precari – Argentero in un giornale, Cortellesi in un ospedale, Ruffini in una facoltà – che all’inizio della storia per l’ennesima volta si vedono scippare da un raccomandato il posto di lavoro, ma soprattutto vedono negato il proprio valore, il proprio merito. Non sono più dei ragazzi e il senso di sconfitta li assale.

C'è chi dice no Paola Cortellesi Luca Argentero Paolo Stefano Ruffini - Foto 5

Le raccomandazioni sappiamo bene essere diffuse non solo in ambito scolastico ma anche in tutti i settori lavorativi. I settori in cui lavorano i protagonisti del film sono stati scelti secondo un particolare criterio?
Non volevamo raccontare il malcostume di un solo tipo di ambiente, ma mostrare che tutti gli ambienti di lavoro ne sono pervasi, perché sono una pratica e una mentalità diffuse ovunque. Il criterio è stato di scegliere tre ambienti in cui il problema fosse particolarmente diffuso, che fosse particolarmente insensato – ci si può fidare di un chirurgo che è diventato tale perché raccomandato? O farsi insegnare diritto penale da un somaro disonesto? – che fossero rappresentativi di una società.

Nei suo precedenti film (Nati stanchi, Il 7 e l’8, La matassa) la Sicilia con il duo Ficarra e Picone sono stati sempre protagonisti.
Cosa l’ha spinta a cambiare direzione ambientando il suo ultimo film a Firenze?
La storia esigeva una città, con le sue istituzioni – un ospedale, una facoltà universitaria, la redazione di un giornale. Allo stesso tempo avevamo bisogno di una città che non fosse troppo grande, che non offrisse altre alternative ai nostri tre protagonisti. Se, ad esempio, a uno di loro avessero rubato il posto in ospedale o al giornale non volevamo che avesse la possibilità anche solo teorica di poter andare a bussare a qualche altra porta. A Milano o Roma, ci sono più ospedali, altri giornali, ecc. Si poteva pensare che i personaggi potessero avere altre opportunità, e invece noi non volevamo lascargliene… Quindi a noi serviva una città piccola.
A questo punto abbiamo pensato che non dovesse essere neanche una città del sud: anche qui, qualcuno avrebbe potuto pensare che quello delle raccomandazioni fosse un problema legato alle peculiarità del meridione, la sua arretratezza, i suoi problemi, ecc. E invece no, come detto è una mentalità presente ovunque al nord come al sud. Infine, un regista cerca sempre uno scenario se non bello, intenso, forte. Firenze è bellissima.

Nessuno dei tre protagonisti è fiorentino, ci può dire se hanno avuto difficoltà nel recitare in fiorentino?
Paolo Ruffini anche nella storia è rimasto un livornese trapiantato a Firenze. Paola e Luca invece hanno studiato e sono poi stati seguiti quotidianamente sul set da una dialogue coach fiorentina.

C'è chi dice no Myriam Catania - Foto 2

In un film che tratta il tema delle raccomandazioni, nel cast c’è anche una figlia d’arte, Myriam Catania, che seppur molto brava, è figlia della regista Rossella Izzo ed anche moglie di Luca Argentero, non teme che il pubblico possa trovarlo un controsenso?
Myriam ha sostenuto un provino, come è accaduto per tutti gli altri ruoli. Sul suo personaggio ero indeciso se dargli una coloritura decisamente più comica o più emotiva. Anche grazie al suo provino ho capito che la seconda strada era quella giusta per la storia. Naturalmente mi sono posto il problema se non fosse inopportuno, ma ho pensato che sarebbe stato paradossale non riconoscere il merito che aveva dimostrato nel provino (una raccomandazione al contrario!). E poi per quello che avviene tra il suo personaggio e quello di Luca – che qui non voglio rivelare… – ho pensato che il loro legame nella vita potesse contribuire alla loro interpretazione. E così è stato.

C'è chi dice no Luca Argentero Myriam Catania - Foto 4

I tre protagonisti decidono di combattere chi gli ha soffiato il posto di lavoro affidandosi non alla bravura ma ai così detti “santi in paradiso” facendo credere l’esistenza di un movimento, i “Pirati del Merito” che si batte contro ogni forma di raccomandazione.
Crede realmente che questa “piaga sociale” può essere combattuta con la creazione di un movimento?
La nostra è una commedia, non un film militante. Non ci poniamo su un piano politico, ma sociale, di costume e mentalità. Per questo non siamo noi a dover dare la ricetta, trovare la risposta. Noi poniamo la domanda, solleviamo, raccontandolo, il problema – è strano, ma non ci sono altri film dedicati all’argomento. Ciò detto, penso che non c’è possibilità di uscire da questa situazione individualmente, ma solo collettivamente, socialmente, e mi sembra che la nostra storia rifletta questa convinzione.

C'è chi dice no - Foto 13

In questi giorni che precedono l’uscita ufficiale, il film è stato presentato in anteprima in alcune città italiane davanti ad una platea di studenti universitari. Sono loro che devono prendere coscienza di questo problema e che devono e possono opporsi a questi giochi di potere?
I giovani nel nostro paese sono le persone che vanno dai 19 ai 35 anni – e dipende dalle professioni: un regista quarantenne è considerato un “giovane regista” – sono loro che hanno e avranno le maggiori difficoltà. E’ naturale che siano loro dover a prendere in mano la propria vita e cercare di cambiare lo stato di cose presente per avere un futuro migliore.

Nella sua carriera lei si è sempre occupato sia di sceneggiatura che di regia e non solo nel campo cinematografico ma anche in quello radiofonico e televisivo.
Quale trova più stimolante?
Scrivere è un’attività solitaria –anche se si condivide l’ideazione di una storia con qualcuno, poi la pagina bianca ognuno deve riempirla per proprio conto, prima di rivedersi per la revisione. Dirigere è il lavoro più collettivo e sociale che c’è al mondo – non scherzo! Nel primo caso sei davanti al pc, in una stanza, nel silenzio; nel secondo sei in mezzo a 60 persone che incessantemente ti chiedono qualcosa e tu altrettanto fai con loro. Amo tutte e due le attività: nella scrittura gli stimoli sono interiori (la così detta ispirazione…); nella regia le sollecitazioni sono tutte esterne: come realizzare concretamente e realmente quello che hai in testa.

E come ultima domanda: quali motivazioni darebbe ai nostri lettori per convincerli a correre al cinema puntuali l’8 aprile?
C’è chi dice no è una commedia in cui si ride e sorride, ma in cui ci si emoziona anche e si è coinvolti, si patisce per il destino dei tre protagonisti perché le loro vite e aspirazioni assomigliano troppo alle nostre. E’ una storia leggera, ma non superficiale; realistica, ma sorprendente. Almeno questa è stata la nostra intenzione. Gli spettatori diranno se ci siamo riusciti.

La ringrazio per la disponibilità ed invito i nostri lettori a guardare il trailer di C’è chi dice no.

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Vi ricordo che C’è chi dice no, uscirà al cinema il prossimo 8 aprile distribuito dalla Universal Pictures.

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