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Tutti al mare, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Tutti al mare Poster ItaliaRegia: Matteo Cerami
Cast: Ennio Fantastichini, Gigi Proietti, Ambra Angiolini, Libero De Rienzo, Ninetto Davoli, Anna Bonaiuto, Francesco Montanari, Rodolfo Laganà, Ilaria Occhini, Sergio Fiorentini, Marco Giallini, Vincenzo Cerami, Claudia Zanella, Elena Radonicich
Durata: 95m
Anno: 2011

Nel 1977 Vincenzo Cerami aveva una delle sue prime importanti opportunità, scrivere Casotto, film libero e proletario diretto da Sergio Citti. Nel 2011 >Matteo Cerami assieme al padre scrive e dirige Tutti al mare, che a quel casotto un po’ guarda.
Le analogie però si fermano all’ambientazione spazio-temporale (una giornata al mare per diverse tipologie umane) e alla presenza di Ninetto Davoli e Gigi Proietti.
Tutti al mare è infatti un prodotto diverso, non anarchico e libero come Il Casotto ma più confinato in un’idea di cinema molto mainstream, seppure per un’elite. E’ al popolo più snob che infatti parla Tutti al mare, con i suoi riferimenti alla cultura bassa, il dialetto e un modo di mettere in scena più teatrale che cinematografico.

Tra tutte le componenti è proprio questa la più fastidiosa e nociva al film. C’è una polacca che vuole sposare un italiano per poter vivere in Italia (ma la Polonia ormai è nell’Unione Europea), c’è un cinese tutto lieto perchè è il capodanno cinese (ma il film si svolge d’estate e il capodanno cinese è a gennaio/febbraio), c’è un anziano ex-fascista che ricorda la presa dell’Abissinia (ma allora dovrebbe avere tra i 90 e i 100 anni), c’è il giapponese che si fa fregare dal furbo tassista, due lesbiche che hanno avuto esperienze con uomini e due amici romaneschi che vogliono andare nel campo nudisti.
E’ difficile pensare che nessuno si sia accorto di errori ed imprecisioni così grandi e in fondo sfondoni simili importano solo fino ad un certo punto. O meglio importano nel momento in cui sono rivelatori di un’altra cosa, cioè di un’idea di cinema e di racconto che proviene da un’altra epoca.

Quella di Tutti al mare sembra una sceneggiatura degli anni ’50, fondata su quelle maschere fisse, quelle dinamiche e quel tipo di interazione tra gli uomini. Fare un film oggi e scriverlo a questo modo però appare davvero inaccettabile. Sicuramente Tutti al mare avrà un suo pubblico che in questo racconto alla vecchia maniera sarà lieto di ritrovare un altro mondo, un’altra Italia e un’altra umanità. Eppure l’idea che un esordiente com’è Matteo Cerami (sebbene figlio d’arte, altrimenti difficilmente avrebbe potuto fare un film d’esordio con così tanti attori di alto profilo) arrivi in sala con un’opera che già trent’anni fa sarebbe stata vecchia e superata, specie nel suo modo di leggere e interpretare la realtà (che è uno degli obiettivi dichiarati del film), non può che lasciare un velo di tristezza.

Cosa dobbiamo raccontare oggi? Quali storie? E come vanno raccontate? Che esordio è questo di Matteo Cerami? Qui le altre critiche

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