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Tra Alieni e Cowboy: La cosa

Di Marco Triolo

Nell’attesa che Cowboys & Aliens, la pellicola western/sci-fi diretta da Jon Favreau e ispirata all’omonima serie di fumetti creata da Scott Mitchell Rosenberg, faccia il suo ingresso nelle sale italiane, la redazione di ScreenWEEK.it ha deciso di condurvi lungo un viaggio alla scoperta delle due dimensioni che conpongono questo titolo, che sono appunto quella fantascientifica e quella western. Ogni settimana parleremo di un lungometraggio fondamentale che compone il vastissimo panorama di quella cinematografia cosiddetta di genere. La giusta occasione per ricordare alcune pellicole che troppo spesso finiscono dimenticate e, perchè no, arrivare adeguatamente preparati al 9 settembre 2011, giorno in cui Cowboys & Aliens arriverà nelle nostre sale. Dopo avervi presentato La Guerra dei Mondi, Il Mucchio Selvaggio, Ultimatum alla Terra e I magnifici sette, è il turno di un capolavoro della fantascienza: La cosa.

Non è la prima volta che mi capita di dover parlare de La cosa di John Carpenter: l’ho già descritto come uno dei miei film preferiti, quindi il mio punto di vista è piuttosto esplicito. Ritengo La cosa uno dei migliori, se non il migliore, film di Carpenter, e una pellicola decisamente superiore rispetto a La cosa da un altro mondo di Nyby e Hawks. Alcuni potrebbero considerarla una bestemmia, ma qui andiamo nei gusti personali.

the-thing-originalEntrambi i film citati poco sopra sono tratti dal racconto “Who Goes There?” di John W. Campbell Jr., che però declinano in modi diametralmente opposti. La passione di Carpenter per il cinema di Hawks è ben nota, e da ciò nacque l’urgenza di riadattare per il grande schermo una storia che già il suo maestro aveva toccato, ma Carpenter torna al testo originale, eliminando quella creatura vegetale umanoide di stampo classicissimo per re-introdurre l’agghiacciante mutaforma in grado di assumere l’aspetto di chiunque entri in contatto con esso.

E qui, dicevamo, sta la lettura diametralmente opposta del testo di Campbell: da una parte, c’è il nemico esterno, ben delineato, certamente simile a noi ma impossibile da scambiare per un umano. Un avversario pericoloso, certo, ma che può essere isolato e debellato. Insomma, i nemici, per Hawks e Nyby, provengono da fuori, sono i russi, sono gli stranieri, non certo gli eroici americani animati da sano cameratismo e spirito di collaborazione. Ben diversa, e ben più cinica e disincantata, la visione di Carpenter: il mostro siamo noi. Il male si aggira tra di noi e sa mascherarsi molto bene, il male rappresentato anche qui da una creatura aliena. Ma a portare tutto alle estreme conseguenze non è il mutaforma, bensì la paranoia e l’incapacità di fidarsi del prossimo. L’uomo, oggi, è ridotto a questo, il vivere civile non esiste più, la società è un campo di battaglia quasi western in cui ognuno pensa a se stesso, e l’alleanza per una giusta vittoria non è più possibile. Il sogno americano è morto, e l’essere umano si ritrova da solo a combattere per la propria vita.

Al di là di queste elucubrazioni, La cosa è un capolavoro di suspense, in cui Carpenter mette a frutto tutta la sua maestria controllata nella narrazione, che fa esplodere in improvvisi e laceranti picchi di violenza. Il cast è eccelso, su tutti il fido Kurt Russell e l’ottimo Keith David, con cui il regista tornerà a collaborare in Essi vivono, un film che per molti versi è la continuazione ideale del discorso iniziato qui. Un’altra componente che rende la pellicola il capolavoro che è sono gli effetti speciali di Rob Bottin, che produsse uno dei più eloquenti esempi di quanto gli effetti pratici siano immensamente superiori alla CGI. La sequenza della testa che si trasforma in disgustoso ragno, o quella in cui uno dei protagonisti viene trovato in mezzo alla neve, mezzo mutato, e lancia un urlo che ghiaccia il sangue nelle vene, sono da antologia dell’orrido ancora oggi.

Un film epocale, un’opera difficilmente raggiungibile oggi. L’idea che ne stiano producendo un prequel spaventa non poco, ma più di tutti dovrebbe spaventare i realizzatori: forse non hanno capito con chi si sono messi a competere. Un sentito grazie a John Carpenter: cosa faremmo senza di te?

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