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La Vita Facile, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

La vita facile Poster ItaliaRegia: Lucio Pellegrini
Cast: Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino, Vittoria Puccini, Azzurra Martino, Camilla Filippi, Angelo Orlando, Eliana Miglio, Souleymane Sow, Max Tardioli, Ivano Marescotti
Anno: 2011

Parte come un filmetto all’italiana e finisce come un noir. La Vita Facile si può collocare in quel filone e quella categoria produttiva che da tempo è florida solo in Italia, che solitamente regala poche soddisfazioni e che invece potrebbe e dovrebbe essere la fascia più interessante, ovvero il film di media grandezza. Non sufficientemente grande da imporre un grosso ritorno a tutti i costi (con le conseguenti forzature e adeguamenti al gusto di massa), non così piccolo da essere limitato nella propria portata e nelle proprie aspirazioni. Sono i film di media grandezza che spesso hanno fatto la storia del cinema.

La Vita Facile inizia con un montaggio alternato dei due protagonisti, due medici, uno che lavora a Roma, brillante chirurgo con tutti i vizi e le arroganze dell’arricchito di città, e uno in Africa, con tutte le debolezze e le intense ritrosie di chi ha lasciato casa per scegliere una specie di esilio. Le premesse non sono proprio le più originali, eppure La Vita Facile nel corso del dispiegamento della sua storia, pur non discostandosi da quello stile retorico e colmo di luoghi comuni sul ritrovare se stessi e sui veri valori dell’amicizia virile (in sè neutro ma che negli anni abbiamo imparato ad odiare nei film italiani), riesce a regalare dei momenti di vero cinema.
Sono sprazzi, impennate improvvise e inaspettate, tanto il film sembrerebbe avviato sui binari del già visto. Tra una battuta romanesca, un episodio di goliardia da ragazzini cresciuti, un’avventura in terra straniera e litigate “profondamente emotive”, La Vita Facile piazza anche dei momenti autentici di vero cinema come i flashback dei protagonisti, gestiti senza enfasi, senza sottolineature e senza quelle caratteristiche di messa in scena che solitamente ne enfatizzano la natura di rottura con la linea narrativa. Al contrario sono sobri, diretti e tremendamente efficaci.

Ma l’elemento che lascia più interdetti (sia in senso positivo che negativo) è il modo in cui il film muta genere e tendenza con l’avvicinarsi del finale. Non siamo dalle parti del colpo di scena ma più da quelle della contaminazione, eppure tutto avviene con una leggerezza di tocco e un’apparente mancanza di cesure o contrasti che è stimabile. Sebbene quindi alla fine l’impressione che la chiusura centri poco con l’apertura sia forte, il modo con il quale Lucio Pellegrini (e il suo potente team tecnico) operano questo slittamento è mirabile.
Difficilmente se ne accorgerà il pubblico non di Roma, ma il personaggio di Pierfrancesco Favino è disegnato con una precisione, una cura e una minuzia rare. Sembrerebbe di poter dire tutto di lui solo da quel poco che si vede sullo schermo, tanto è significativo e allusivo. Un termine, un movimento, un’espressione o una calata, rivelano che non è il solito romano ma un personaggio particolare all’interno del microcosmo delle maschere e del campionario umano romanesco. Perfetto.

Piccolo, medio o grande? Questo film tipicamente italiano si confonde nella massa dei suoi simili o riesce a differenziarsi come vorrebbe con la forza di alcuni momento? Qui le altre critiche

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