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Hop, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Hop Poster Italia 3Regia: Tim Hill
Cast: Russell Brand, James Marsden, Kaley Cuoco, Elizabeth Perkins, Chelsea Jane Handler, Luca Argentero, Hugh Laurie, David Hasselhoff, Tiffany Espensen, Francesco Facchinetti, Tucker Albrizzi, Veronica Alicino, Hank Albert Azaria
Durata: 95 minuti
Anno: 2011

Ah la Pasqua! Tempo di conglietti che con le loro slitte volanti trainate da pulcini portano piccole uova colorate nei giardini di tutti i bimbi del mondo. La vera tradizione!
Non è ben chiaro se prima poi anche noi subiremo la mitologia americana relativa alla Pasqua e se i coniglietti soppianteranno gli agnelli fatti al forno, di sicuro gli americani stessi (almeno al cinema) stanno modificando la loro tradizione a favore di una più comoda ibridazione con il re delle feste commerciali: Babbo Natale. Ecco quindi la fabbrica di uova di cioccolata (che sembra quella di Willy Wonka ma è, ovviamente, sull’isola di Pasqua), le slitte volanti e i sistemi per girare tutto il mondo in un giorno solo.

L’ibridazione con il modello vincente di festività remunerativa (sempre il Natale) avviene anche ad un livello più raffinato, cioè quello della forma. Hop infatti risponde ad un modello cinematografico che è tipico del Natale: il film che racconta il retroscena del lavoro che porta felicità ai bimbi. E questo retroscena si compone sempre di una parte industriale (il meccanismo attraverso il quale ogni anno avviene la magia del Natale) e di una di crisi (quest’anno si rischia di saltare il Natale perchè qualcosa è andato storto).
Così accade anche in Hop, il coniglietto pasquale di turno è ormai vecchio e deve passare il testimone al figlio (ottemperando ad una tradizione vecchia di secoli) ma questi vuole in realtà fare il batterista e per sfuggire al proprio destino scappa ad Hollywood. Lì incontrerà un ragazzo in cerca di lavoro ed identità a cui rovinare la vita e poi salvarla.

Se lo schema è applicato perfettamente alcune zone d’ombra rimangono nel finale. Solitamente questo tipo di cinema, smaccatamente rivolto all’infanzia, si fa portatore di ideali di libertà, liberazione ed esaltazione dell’autostima. Il mantra “insegui i tuoi sogni”, “sii te stesso”, “trova il tuo destino”, sembra essere applicato anche in questo caso salvo un clamoroso tradimento finale.
Il figlio del coniglietto pasquale infatti, non solo vuole fare il batterista ma è anche molto bravo, riceve complimenti da tutti e partecipando ad un talent show (dove il giudice è David Hasselhoff, e se lo dice lui…) sembra essere ad un passo da una scontata affermazione come musicista. In extremis tuttavia manderà tutto all’aria per un repentino cambio d’idea, non motivato da nessuna scoperta o nessun evento negativo, solo per andare incontro al desiderio paterno di vedere il figlio che segue le sue orme. Si tratta di quello che succede nella realtà nella maggior parte dei casi, da questo punto di vista quindi una chiusa più sincera, ma che sembra cozzare con tutto l’ideale positivo di inseguimento di un sogno che il resto del film persegue.

Esistono tradizioni intoccabili? Questa categoria di film importa modelli non nostri di fatto imponendoli oppure l’abbacchio al forno vincerà sempre? Qui le altre critiche

Cinema chiusi fino al 3 dicembre, QUI gli ultimi aggiornamenti.

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