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E’ morto Gary Winick, regista di Letters to Juliet

Di Marco Triolo

A volte capita che la morte di un regista, o di un attore, passi inosservata. D’altra parte, non tutti gli autori o interpreti internazionali sono famosi in Italia, e si tende a omaggiare solo chi, al contrario, ha raggiunto un livello di fama tale da renderlo conosciuto e apprezzato anche da noi. Non è una scelta giusta, lo so, ma va fatta, altrimenti non si lavorerebbe più, con tutta la gente che quasi quotidianamente ci lascia. Un discorso a parte va fatto per Gary Winick: il qui presente necrologio nasce dal fatto che la sua morte mi ha toccato, come penso possa toccare molti per la sua giovane età.

Winick, noto ai più come regista di Bride Wars, La tela di Carlotta e del recente Letters to Juliet, aveva 49 anni e si è spento dopo una dura battaglia contro un cancro al cervello. Al di là del fatto che, inutile negarlo, ultimamente aveva diretto una sfilza di brutti film, Winick proveniva dall’ambiente indie, e aveva contribuito a produrre diversi film indipendenti tramite la sua compagnia, Independent Digital Entertainment (InDigEnt). Il suo ultimo film indipendente fu Tadpole, che debuttò al Sundance nel 2002 e gli fruttò il premio come miglior regista. Insomma, un solido professionista con una visione chiara delle cose, prestato al cinema di consumo e a sceneggiature che di certo non rendevano giustizia alle sue capacità. Come qualcuno ha detto, Winick era molto meglio dei suoi film.

La morte prematura, dicevo, mi ha toccato perché, durante le riprese di Letters to Juliet a Verona, dove vivo, ho avuto la chance di incontrare Winick e parlarci. Un incontro casuale, lui stava uscendo dal set per mangiarsi un gelato, ma non meno interessante. Durante una breve passeggiata, gli ho fatto qualche domanda sul film e lui mi ha anche rivelato che pensava di tornare a dirigere una pellicola indipendente ambientata a New York, come Tadpole. Un film molto più personale che, ahinoi, non ha mai avuto la possibilità di realizzare. Terribile, no? Come uno fa dei programmi e poi tutto viene spazzato via in un secondo. Winick mi aveva fatto una bellissima impressione, era una persona con la testa sulle spalle, privo di qualsiasi atteggiamento da star. Fu addirittura lui ad avvicinarsi, perché aveva notato che lo stavo fissando e che l’avevo riconosciuto. E chissà, magari ha accettato tutti questi progetti mainstream per guadagnare bene e lasciare qualcosa ai suoi famigliari, una specie di polizza sulla vita. Qui però mi addentro in territori ipotetici, per cui è meglio fermarci.

R.I.P. Gary Winick: speriamo che tanti film indipendenti vengano ancora prodotti a tuo nome.

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