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Unknown, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Unknown Poster ItaliaRegia: Jaume Collet-Serra
Cast: Liam Neeson, Diane Kruger, January Jones, Frank Langella, Aidan Quinn, Bruno Ganz, Sebastian Koch
Durata: 115 minuti
Anno: 2010

Liam Neeson ha un talento tutto speciale per scegliere i film peggiori. Senza quella bulimia che diventa autoironia da parrucchino di Nicholas Cage ma con una serietà che lo fa spesso sconfinare nel ridicolo, si concentra spesso su produzioni di serie B (che è bene!) pretendendo di farle diventare serie A a furia di espressioni intense (che è male!). Per un Darkman e uno Schindler’s List arrivano poi decine di produzioni improbabili già sulla carta, rese solo peggiori dalla sua recitazione tirata via per i capelli.

Unknown piomba in sala dopo Io vi troverò, Scontro tra titani, Chloe, L’ombra del sospetto e A-Team e subito si dimostra in linea con questi prodotti. Una trama con una sola idea attorno alla quale gira tutto (la ricostruzione dell’identità di un uomo che in viaggio in Germania batte la testa e quando si sveglia nessuno lo riconosce più, moglie compresa), azione confusa, onnipresente, svogliata e improbabile non tanto nelle iperboli (che è accettabile) quanto nella ferma volontà di non essere precisi e chiudere alla svelta le scene (uomini che non si scansano, persone che sentono le grida di altre a centinaia di metri di distanza, spiegazioni fuori luogo…) e infine sentimenti intensi solo a parole.
Non aiuta poi la regia disattenta di Jaume Collet-Serra, già vista in Goal II e Orphan.

Sembra quasi di riuscire a sentire il produttore dire: “Voglio Frantic + The Bourne Identity!“, tanto Unknown ricorda e attinge senza ritegno dai due film. Da una parte infatti c’è l’uomo americano ricco, sperduto nei bassifondi di un paese europeo, aiutato da un’avvenente ragazza locale, che cerca di ricostruire l’intrigo di cui è inconsapevolmente protagonista. Dall’altra c’è il processo di ricostruzione di una vita a partire dalla perdita di memoria con servizi segreti e spionaggio di mezzo.
Unico elemento veramente salvifico, su cui si possono poggiare gli occhi stancati da tante assurdità, è la bellissima fotografia dello spagnolo Flavio Labiano (cresciuto con Alex de la Iglesia), in grado di dare un minimo grado di credibilità alle vicende narrate, inventando toni di colore e inquadrature da noir spionistico.

Azione a basso tasso di coinvolgimento e plausibilità, perchè c’è sempre Liam Neeson di mezzo? E’ un caso? Qui le altre critiche


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