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Manuale D’Amore 3, la recensione in anteprima

Manuale D’Amore 3, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Manuale d'amore 3 Poster Italia 01Regia: Giovanni Veronesi
Cast: Robert De Niro, Riccardo Scamarcio, Michele Placido, Carlo Verdone, Laura Chiatti, Valeria Solarino, Donatella Finocchiaro, Monica Anna Maria Bellucci, Emanuele Propizio
Durata: 125 minuti
Anno: 2011

Lo so perchè siete venuti a leggere questo post. Per avere risposta alla domanda “E’ riuscito Robert De Niro a denirizzare la commediola italiana o è stata questa a cinemaitalianizzare De Niro?“. La risposta in fondo al post. Intanto voglio parlare di Scamarcio.

Quello di Scamarcio è infatti il primo segmento di Manuale D’Amore 3, come al solito un film a tre episodi stavolta uniti dalla narrazione di Cupido, il tassista arciere, una figura il cui senso è davvero sfuggente. Il segmento giovane è quello che rivela con maggiore chiarezza i limiti di Giovanni Veronesi e come mai i suoi film siano dimenticabili e poco convincenti.
La storia dell’avvocato di città che va nella provincia toscana a cercare di convincere dei contadini a vendere il loro terreno ad un’impresa che ne farà un campo di golf, sarebbe anche carina, ci sono spunti abbastanza divertenti e quell’ambientazione è il cavallo di battaglia di Veronesi già dalle collaborazioni con Pieraccioni (si ritrovano tutti i topoi dal matto del paese agli scherzi e la goliardia). Ma è quando il film cerca di essere di più, di mantenere la promessa del titolo ed essere romantico che la barca affonda senza speranza a causa di una pessima mescolanza di toni. Non sono infatti tanto la poesia d’accatto o le intense espressioni intense, quanto le subitanee ed improvvise accelerazioni verso il sentimentale, totalmente fuori posto e mal accostate a momenti di commedia, che generano il ridicolo.

Stessa cosa nel segmento di Carlo Verdone, che dei tre è quello più godibile per le improvvisazioni e le estemporanee battute di Verdone, piccole chicche da mestierante della battuta. Il resto è piattume, come il manicomio pieno di matti bellissimi ed estremamente creativi. Non ci potevo credere ma ce n’è addirittura uno alle spalle dei protagonisti che dipinge un olio su tela, un mare in tempesta….
Anche lì il modo in commedia e sentimento si uniscono rende tutto poco credibile e coinvolgente perchè si passa dall’uno all’altro senza che i loro toni si mescolino ma semplicemente accostandoli.

Ultimo arriva il segmento di Robert De Niro, Monica Bellucci e Michele Placido (che ha l’onore di mettere le mani al collo di Bob). Il senso di straniamento è forte. E sebbene negli ultimi anni ne abbiamo visti di filmacci a cui ha preso parte l’ex grande attore, qui si toccano nuove punte. Come la scena in cui va a fare jogging sembrando Benny Hill o il pessimo green screen dei fuochi d’artificio o ancora la scena in cui lavora con il portatile sui resti del foro romano (?!?!!).
Più che usare De Niro in quanto tale, con la sua tecnica, il suo modo di fare ed interpretare il cinema, Veronesi l’ha piegato e abbassato al livello del suo film. Lo si vede nelle sue narrazioni fuoricampo in inglese o nelle mossette da italiano, tutto lo porta ad essere al livello dei bravi attori italiani coinvolti in questi progetti e non l’elemento esotico e magari nuovo che poteva essere. Unica eccezione i suoi intensi primi piani intensi, che se non altro sono intensi per davvero.

Un film italiano come gli altri? Era necessario un grande attore americano? E’ un valore aggiunto? Qui le altre critiche

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