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Il discorso del Re, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Il Discorso del Re Poster ItaliaRegia: Tom Hooper
Cast: Colin Firth, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Michael Gambon, Jennifer Ehle, Geoffrey Rush, Timothy Spall, Derek Jacobi
Durata: 118 minuti
Anno: 2010

Poche cose conquistano i cuori degli spettatori, anche i più raffinati e smaliziati, come l’uomo che si fa artefice del proprio destino e che attraverso un travaglio, una lotta o anche solo un generico sforzo fisico e/o mentale, muta quello che la vita o il fato sembravano aver riservato per lui. Una di quelle poche cose che conquistano di più è il piccolo e il grande a confronto: un piccolo uomo e un grande uomo, la piccola storia e la grande Storia, gli umili e i potenti e via dicendo.
Infine se proprio bisognasse compiere un elenco degli artifici accalappia spettatori non si potrebbe dimenticare l’elevazione personale (morale e professionale) attraverso l’esercizio continuo fatto in maniera anticonvenzionale (fisico e/o culturale, quindi Rocky come Scoprendo Forrester). Il discorso del Re ha tutti questi elementi.

Candidato ad essere uno dei film più amati dell’anno e probabilmente anche uno dei più premiati, la nuova opera di Tom Hooper è un film dai valori produttivi straordinari e dalla realizzazione fuori dal comune.
C’è una Londra nebbiosa e uggiosa, tutta lenti deformanti e colori spenti che dipinge un’epoca intera e contemporaneamente uno stato d’animo (quello del protagonista) anche con un frame solo. Ci sono tre attori probabilmente al loro meglio, uno dei quali (Geoffrey Rush) ha il physique du role del grande attore che piace a tutti, dell’intenso mestierante capace di dare vita al fermento culturale della mente con un’espressione del volto (non a caso emerso con Shine, film che ne ha messo a frutto le doti innate e ne ha segnato la carriera). C’è infine uno degli script più scaldacuore che si siano mai sentiti, scritto con rara arguzia. Tutto però finalizzato alla lacrima e mai al senso.

Per chi non lo sapesse Il discorso del Re parla di Giorgio VI, il re salito sul trono all’alba della seconda guerra mondiale, padre di Elisabetta II e fratello del legittimo erede, costretto a prendere il potere perchè questi era determinato a fare una vita dissoluta lontana dalle responsabilità. Giorgio VI era affetto da una balbuzie devastante che lo rendeva totalmente incapace di discorsi pubblici, un problemino da niente negli anni del boom della radio come strumenti di comunicazione con la gente. Dopo il fallimento di mille logopedisti arrivare Lionel Logue, australiano dai metodi poco ortodossi ma efficaci che prima di curare la lingua del futuro re ne sanerà la mente.

Dramma e commedia, una risata per ogni lacrima, buone intenzioni e gente di buona volontà a palate. Nel film di Tom Hooper non c’è un cattivo, non c’è un maleintenzionato. I regnanti sono magnanimi e pensano unicamente al bene della propria gente, Churchill è l’uomo più astuto e preveggente mai esistito (Timothy Spall in una delle più ridicole imitazioni mai viste) e le mogli sono devote senza se e senza ma.
I personaggi non sono tali, sono solo figure archetipe, tanto più stonate quanto più si suppone dovrebbero essere aderenti alla realtà. Ma il punto non è mai quello. Il discorso del Re non vuole dire qualcosa (se non mostrare i suddetti principi scaldacuore) vuole solo provocare la commozione nel momento della catarsi finale e per farlo è disposto a qualsiasi cosa. Tant’è che invariabilmente ci riesce e in più di un momento.
Se poi fare tutto ciò nella maniera migliore possibile, con una bravura, dei valori e un’abilità nettamente fuori dal comune per questo tipo di cinema, sia una giustificazione in grado di salvare il film o un’aggravante che lo affossa dipende da che tipo di spettatori siete.

E’ davvero il film da salotto buono di quest’anno? O è la nuova promessa per gli Oscar? Qui le altre critiche

Cinema chiusi fino al 3 dicembre, QUI gli ultimi aggiornamenti.

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