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127 Ore, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

127 Hours Poster USARegia: Danny Boyle
Cast: James Franco, Lizzy Caplan, Amber Tamblyn, Kate Mara
Anno: 2010

Danny Boyle ha fatto la cosa più sensata da farsi dopo un successo planetario e multimilionario come The Milionaire. Ha preso cioè un rischio che prima (e forse anche dopo) nessuno gli avrebbe fatto correre per realizzare un progetto a cui probabilmente teneva ma che in cuor suo sapeva essere impossibile da finanziare.
E non aveva torto. Si racconta la vera storia di uno scalatore amatore, un ragazzo qualunque che i weekend fa escursioni nei canyon in totale solitudine. Un incidente banale, una scivolata e finisce in una strettoia con un masso che si incastra tra due pareti bloccandogli una mano. Il masso lo terrà lì inchiodato per 127 ore fino a che non prenderà la più estrema delle decisioni.

127 Ore non è però un film claustrofobico o un esperimento di regia in tempo reale come era Buried. Si concede molti flashback, molte sequenze oniriche, una lunga parte che porta al disastro e molti momenti in cui la realtà si altera per mostrare la percezione sempre più disperata del protagonista. Che poi è uno dei pezzi forti del repertorio del regista assieme ad una narrazione rapida grazie ad un montaggio serrato.
Il risultato non è esaltante per nulla. 127 Ore si dipana tutto per opposizioni logiche con una certa metodicità. Caldo/freddo, ampi spazi/strettoie anguste, folla/solitudine, natura/tecnologia e via dicendo per originare facili contrasti che scatenino (nello spettatore) il senso. E una gran parte del film la fanno i dispositivi di ripresa. Si insiste parecchio su come il protagonista si riprenda di continuo (anche prima dell’incidente) mostrando le tecnologie digitali (videocamere e fotocamere) come dispositivi di conferma della realtà. Mi riprendo perchè sono vivo e sono vivo perchè lo testimonia la ripresa.

Temi fortemente registici per un film che non punta davvero sui contenuti quanto sulla messa in scena (in certi momenti veramente fantasiosa come solo Boyle sa fare). Ci sono delle scelte acute, come la fotografia dai colori molto saturi che incastra l’uomo nella natura desolata (pochissimi animali si affacciano), sequenze in time lapse a la Koyanisqaatsi per opporre alla solitudine la folla e alcuni accostamenti musica pop/immagini ardite e in contrasto.
Anche la violenza dell’atto finale è trattata con soluzioni e idee anticonvenzionali e molto ricercate. Ma alla fine Boyle carica talmente tanto la storia da tralasciare l’elemento umano e 127 ore dopo poco diventa un film in cui il regista si mette davanti al personaggio, uno showreel delle idee di Boyle con una trama pretestuosa e francamente noiosa.

Lo strano nuovo film di Boyle è una perla autoriale raffinata o il tentativo fallito di fare un film totalmente anticonvenzionale? Qui le altre critiche


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