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Ti presento un amico, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Ti presento un amico Poster ItaliaRegia: Carlo Vanzina
Cast: Raoul Bova, Barbora Bobulova, Martina Stella, Sarah Felberbaum, Kelly Reilly, Teco Celio
Durata: 98 minuti
Anno: 2010

Ti presento un amico (titolo incomprensibile considerando la trama) è un film sulla crisi a la Frank Capra (non a caso il loro ultimo film si chiama La Vita E’ Una Cosa Meravigliosa), di quelli che dovrebbero dare forza, ispirare e tirare su il morare invitando le persone a guardare con ottimismo verso il futuro, pur non negando le difficoltà attuali.
Il soggetto anche è molto molto buono. Un uomo, bellissimo, che lavora a Londra con successo è chiamato a Milano dal grande capo, visto il periodo teme di subire la medesima sorte di tanti altri colleghi, cioè essere licenziato, invece è promosso, solo che ora dovrà fare il tagliatore di teste. In tutto questo si inseriscono mille donne, vogliose, innamorate e disperate che lo bramano senza sosta, la cosa dovrebbe dare al film un senso quasi anarchico di spaesamento generale visto il passare continuo da un problema di infedeltà alle beghe con un’altra, alla persecuzione di un’altra ancora.

Il mondo è duro, la crisi incombe e rovina le vite e i sentimenti, tutto letto attraverso la vorticosa cornice delle avventure sessuali di un uomo attraente e buono. I due fratelli riescono anche miracolosamente ad evitare il buonismo (non facile). Peccato che il film poi sia diretto con una sciatteria (ma che musica c’è??), una pochezza di idee (possibile sia tutto fatto in 3 ambienti?), una trascuratezza (gli errori e i buchi sono incontabili) e un’amatorialità (non c’è una persona che reciti se si esclude il sempre grande Teco Celio) che fanno cadere le braccia. Il film è quasi inseguibile per come si disinteressa di un’idea strutturata e seria di cinema.

La cosa più interessante rimane dunque come Ti presento un amico si inserica nella produzione recentissima dei Vanzina, quella degli ultimi due anni, svincolata da qualsiasi committenza puramente commerciale e votata quasi interamente all’inseguimento di un’idea personale di cinema, o come a modo loro stiano rivolgendo i propri film verso la società tutta.
Se c’è una cosa che ha sempre distinto i due fratelli, anche quando facevano i più beceri cinepanettoni, era la volontà (riuscita o meno) di ritrarre tutti, di fotografare un paese. Il punto è che spesso finivano con fotografare un quartiere o ritrarre un’unica tipologia umana dotata di diversi accenti regionali.

Smesse le velleità di ritratto regionale, è almeno da un paio di film che i Vanzina si dedicano a quel tipo di cinema che spesso hanno praticato in passato (Il cielo in una stanza, Il pranzo della domenica, Quello che le ragazze non dicono…) in più lavorando esplicitamente “per il paese”. Al momento non hanno molto interesse ad andare dietro a logiche commerciali, rispetto al passato hanno asciugato i loro film di situazioni prettamente slapstick, fini a se stesse o funzionali ai personaggi (leggi: veicoli per la comicità individuale non finalizzata a portare un contributo al progetto). Adesso anche quando utilizzano attori di personalità come Brignano o Proietti, sembrano agiti da un’urgenza maggiore, che probabilmente è vera e sentita. Ma perchè a fronte di idee buone l’impegno sembra pari a zero?

Sempre maltrattati dalla critica, eppure sempre in sella, portatori di idee spesso interessanti ma poi invariabilmente sciatti. I Vanzina sono un mistero? Qui le altre critiche

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