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Stanno tutti bene, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Stanno tutti bene Poster ItaliaRegia: Kirk Jones
Cast: Kate Beckinsale, Robert De Niro, Drew Blyth Barrymore, Sam Rockwell, Katherine Sian Moennig
Durata: 99 minuti
Anno: 2010

Il problema del remake americano di Stanno tutti bene è evidente anche prima di iniziare a vedere il film. La pellicola di Tornatore era molto poggiata sul protagonista, Marcello Mastroianni, la precisa caratterizzazione data al ruolo era l’essenza stessa del film. Dagli occhiali a lente, al modo di parlare e di porsi (un uomo di altri tempi e di altri luoghi, trasferito nelle grandi città moderne), il film girava tutto intorno alla sua sensibilità tradita, frustrata e sorpresa. Il problema si pone dunque quando a fare il remake c’è Robert De Niro, attore tra i più stanchi, mosci e svogliati degli ultimi anni.

La conferma arriva subito. Non c’è caratterizzazione, non c’è caricatura, non c’è espressionismo nel corpo deniriano di questo film. Kirk Jones sembra saperlo e sposta l’asse. Stanno tutti bene americano è molto più un film corale di quanto non lo fosse l’italiano. Le storie dei figli sono più importanti (non a caso qui sono 4 mentre lì erano 5, in modo da concentrarsi di più su ognuno) e non dei meri veicoli per altre idee (l’anomia cittadina, il contrasto individuale con la tradizione in cui si è cresciuti e la modernità in cui si vive).
Scompare anche la forte idea di contrasto tra presente e passato, quell’evoluzione sociale del paese che è stata la cifra di tutto un importante periodo produttivo di Tornatore. Per Kirk Jones Stanno Tutti Bene è una storia di famiglia e basta, e al massimo di vecchiaia (forse l’unico tema assente nell’originale). Rifiuta la forte impronta estetica di Tornatore e soprattutto (strano a dirsi per un film anglosassone) quell’idea che parte delle idee legate al racconto fossero veicolate da alcuni incontri palesi contrasti, sui quali regna quello bellissimo del cervo sull’autostrada.

La cosa potrebbe anche andare bene, se non fosse che, oltre al protagonista, anche il resto del film è abbastanza stanco e, quando può, si rifugia in un sentimentalismo melodrammatico che cerca la lacrima senza meritarsela, solo proponendo i più elementari meccanismi stimolo-risposta.
E suonano ridicole anche le variazioni oniriche quando non si applica quella patina fellinica che invece aveva l’originale (vuoi anche per la partecipazione alla sceneggiatura di Tonino Guerra) e che gli dava un senso vero, come nella sequenza finale delle rivelazioni infantili.
Curioso infine come questo film americano abbia un finale più italiano di quanto non fosse quello del nostro film.

Giustamente modificato rispetto all’originale, qual è la nuova personalità di questa storia? Continua ad avere senso? Qui le altre critiche

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