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Venezia: Impressioni di settembre – Verso la conclusione

Di Marco Triolo

Thirteen Assassins

Il lido si svuota percettibilmente: ce ne si rende conto quando cominci a non avere più problemi ad entrare alle proiezioni con il pubblico, che nella prima settimana del Festival richiedono pazienza e code di circa un’ora, senza la garanzia di potercela fare. Pochi eventi di rilievo segnano questi ultimi giorni della Mostra, ma ieri per me è stata una delle giornate più ricche di proiezioni. Ho cominciato molto presto la mattina con 13 Assassins, nuovo film di Takashi Miike che è anche il remake di un classico anni ’60 giapponese. Ma cita a piene mani anche I Sette Samurai. Vi si narra di un gruppo di samurai e ronin che vengono assoldati da un consigliere di corte per far fuori il fratello malvagio dello shogun, destinato a succedergli. Guidati dal saggio Shinzaemon, i tredici sapranno battersi valorosamente fino all’ultimo uomo, pur di concludere la missione.

La trama in sé non è nulla di originale, ma sorprende come Miike riesca a mettere da parte il suo stile sopra le righe per raccontare con rigore una storia che alterna, a un primo tempo tutto giocato sugli intrighi di corte, una seconda parte spettacolare dominata da una battaglia lunghissima eppure mai noiosa. I samurai i battono nel fango – come in Django di Sergio Corbucci – e non c’è niente di aggraziato nella lotta: solo un esercito di uomini che, spinti da una rigida filosofia di vita basata sull’onore, sono incapaci di vedere al di là di questo atroce destino loro assegnato. Ma forse, alla fine della violenza, ci sarà lo spazio per la redenzione e la libertà.

La giornata prosegue con due esperienze decisamente meno esaltanti: La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, tratto dal best seller di Paolo Giordano, delude moltissimo. Indeciso tra i registri da adottare – si passa dal thriller, all’horror, al teen drama – Costanzo prende la coraggiosa scelta di non raccontare le vicende di Mattia e Alice (Luca Marinelli e Alba Rohrwacher) in ordine cronologico come nel romanzo. Ma dopo un po’ perde di vista il contatto umano con i suoi personaggi, prediligendo la compiaciuta struttura a scatole cinesi, a tratt affascinante, molto più spesso irritante e a volte ridicola.

Monte Hellman è tornato invece alla regia dopo circa vent’anni con Road to Nowhere, altro polpettone meta-cinematografico sospeso tra Mulholland Drive di Lynch e La donna che visse due volte di Hitchcock. In due lente ed estenuanti ore non si capisce bene dove il regista voglia andare a parare, ma soprattutto io non ho capito se sono troppo stupido per capire il film – ammettendo di non conoscere l’opera di Hellman e di non poterlo dunque contestualizzare – oppure se dopo tutto ‘sto tempo Hellman non abbia effettivamente perso la mano. Propenderei per la seconda ipotesi.

Mi sono rifatto stamattina, però, con il bellissimo Drei di Tom Tykwer, che difficilmente arriverà in Italia. Perché? Perché racconta un triangolo tra marito, moglie e un amante che incontra entrambi in occasioni diverse e inizia ad avere con loro rapporti sessuali senza sapere che sono sposati. Il film è potente, diretto benissimo e sa dire molto sull’amore come una forza primordiale e tutta istintiva, che va oltre i confini imposti dal proprio genere e dalla cultura in cui ci si forma. Le scene di sesso sono abbastanza esplicite, comprese quelle omosessuali, e dunque in un paese che ha censurato Colpo di fulmine abbiamo poca speranza di vederlo al cinema. Magari in DVD. Magari se vincerà almeno un premio.

Infine, per varie ragioni ho perso la proiezione di Barney’s Version, atteso film di Richard Lewis tratto dal romanzo di Mordecai Richler. La pellicola ha un cast eccezionale – Paul Giamatti, Rosamund Pike, Scott Speedman, Bruce Greenwood, tutti presenti, e l’assente Dustin Hoffman – ed è stata co-prodotta da Domenico Procacci e girata in parte a Roma. Per ora ne stanno parlando molto bene e potrebbe anche avere chance di vincere. Anche se con Tarantino presidente della giuria non è escluso che venga premiato il film di Miike, che il regista di Pulp Fiction si dice abbia apprezzato tantissimo. Tornando a Barney’s Version, dice Giamatti: “Il libro è un grande brano di letteratura e credo che sia stato trasposto dal giusto regista. Il mio personaggio è un uomo romantico e frustrato, dolce e allo stesso tempo bastardo”. E del collega Dustin Hoffman ha detto: “Lui è una specie di Picasso della recitazione, lavora sull’eccentricità e io lo seguo a ruota. Abbiamo speso un sacco in pellicola facendo dei take lunghissimi con lui che improvvisava”.

E così si conclude l’ultimo giorno di “vero” Festival. Domani appuntamento per i risultati: che partano le scommesse!


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