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Buried, la recensione in anteprima

Buried, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Buried - Sepolto Teaser Poster ItaliaRegia: Rodrigo Cortés
Cast: Ryan Reynolds, José Luis García Pérez, Stephen Tobolowsky, Samantha Mathis, Warner Loughlin, Ivana Miño, Erik Palladino
Durata: 95 minuti
Anno: 2010

Buried è un film in una cassa. Una cassa da morto. Cioè ha una di quelle trame che al solo vedere il trailer vorresti iniettartela tutta in vena. Un uomo si sveglia in una bara e non sa perchè, è legato mani e bocca e dalla terra che entra dalle fessure della cassa di legno subito capisce che sta anche sottoterra. Chi lo ha seppellito però ha messo nella cassa anche un telefono cellulare (e diversi altri oggetti) che, vista la poca profondità cui è stato seppellito, ha campo e consente di comunicare con l’esterno. E comunicare con l’esterno è proprio quello che il protagonista deve fare.

Rodrigo Cortés scrive, dirige e monta l’impossibile racconto di un uomo chiuso in uno spazio angusto per 90 minuti, dosando con grande abilità drammaturgica la claustrofobia: forte all’inizio, minore in seguito e poi ad ondate quando serve. Non è infatti solo l’inventiva dei tanti possibili modi di inquadrare, riprendere e giocare con le immagini all’interno di una bara a stupire, ma come, a fronte di tante idee, il regista riesca anche a gestire il senso di prigionia, paura e ineluttabilità senza premere costantemente sull’acceleratore come verrebbe spontaneo fare.
E in tutto questo non si fa mancare nulla Cortés: zoom avanti e indietro, carrelli, piani sequenza, totali….

Ma se la fotografia e il montaggio sono intelligenti e funzionali, il vero miracolo lo compie la sceneggiatura che, poggiandosi su di essi, tiene viva l’attenzione per 90 minuti e anche quando zoppica allungando un po’ il brodo (la telefonata alla madre ad esempio), si cava d’impaccio con qualche idea visiva o con un’impennata claustrofobica che ricorda al pubblico “Ehi questo sono diverse decine di minuti che sta in una cassa da morto in cui l’ossigeno tra poco finisce!“.
Su tutto regna Ryan Reynolds, che da oggi ufficialmente diventa degno di stima, per come non cerchi mai l’esagerazione e come accetti intelligentemente di recitare su toni sommessi. La sua performance, se si escludono 3-4 scatti d’ira e paura, è tutta giocata sui piani d’ascolto, sulle piccole variazione e soprattutto sugli spasmi incontrollati del viso, proprio là dove altri attori con manie di protagonismo avrebbero optato per implausibili espressioni caricate che ammiccano al pubblico più che cercare il realismo delle emozioni e cercano l’applauso o il premio.

Astenersi maniaci della plausibilità ad ogni costo.

Esercizio di stile o grande cinema di serie B? Intellettualismo mascherato o mera exploitation? Qui le altre critiche

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