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Bright Star, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Bright Star Poster ItaliaRegia: Jane Campion
Cast: Ben Whishaw, Abbie Cornish, Thomas Sangster, Kerry Fox, Paul Schneider, Edie Martin, Gerard Monaco
Durata: 119 minuti
Anno: 2009

Jane Campion dirige un film in costume ottocentesco con al centro una donna che usa l’arte per comunicare con un uomo che ama e da cui è amata in maniera passionale, ma al quale non può unirsi a causa delle regole sociali. Contornata da una bambina piccola rompiscatole e incastrata in paesaggi umidi e vasti dove si muove con la libertà di chi è solo al mondo, la donna raccoglie in sè il proprio dolore che giungerà al culmine nel finale.
Non è Lezioni di Piano. E’ Bright Star.

Superfluo notare le somiglianze contenutistiche e stilistiche tra i due film. Sebbene il confronto sia folle e impossibile (capolavoro irraggiungibile il primo, blando exploit il secondo), Bright Star cerca di portare avanti un’idea di interpretazione di mondo: vedere l’amore e l’arte come prolungamento l’uno dell’altra e interpretare il primo assieme al pubblico proprio grazie al grimaldello della seconda. La musica di Lezioni di Piano come le parole poetiche di Bright Star.
Al centro di tutto c’è il poeta John Keats e la sua vita breve, vista dal punto di vista della donna che l’ha amato e ispirato e che lui ha desiderato (la stella lucente del titolo). Certo la parola non ha la medesima immediatezza della musica e quindi non c’è uno spirito rude da conquistare ma semmai un animo pronto a ricevere che si arricchisce dall’incontro con il poeta.

Tuttavia davvero non è una questione di forma d’arte. A parità di tragicità e di visione della vita come ineluttabile destino, con quelle panoramica larghissime nelle quali piccoli personaggi si muovono in lande sconfinate o quei momenti di noia riempiti con giochi all’aperto, danze e passeggiate, quello che sembra mancare in Bright Star, e che invece attizzava continuamente la fiamma di Lezioni di Piano, è una dimensione estetica adeguata al narrato.
Jane Campion cita molto la luminosità di Hopper, guarda ai piccoli gesti da vicinissmo con particolare attenzione alla scrittura delle parole e al gesto artistico (sia la scrittura, sia la sartoria) e tutto l’immaginario iconografico di ampio respiro per una storia di fiati corti, mentre in Lezioni di Piano chiudeva i suoi personaggi nelle umide foreste per aprirli alle spiagge (umidissime) solo quando era funzionale alla storia.

Ad ogni modo una cosa per appassionati del melodrammone. A me è piaciuto.

La missione di Jane Campion di raccontare gli incroci e il mutuo rapporto di amore ed arte raggiunge una nuova vetta o ripete sempre Lezioni di piano? Qui le altre critiche


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