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You will meet a tall dark stranger, la recensione da Cannes

You will meet a tall dark stranger, la recensione da Cannes

Di Gabriele Niola

Regia: Woody Allen
Cast: Josh Brolin, Anthony Hopkins, Freida Pinto, Antonio Banderas, Naomi Watts, Lucy Punch, jim piddock, Roger Ashton-Griffiths, eleanor gecks, Jonathan Ryland, Pearce Quigley
Durata: 100 minuti
Anno: 2010

Si inizia con una voce fuoricampo che, citando Shakespeare, afferma che la vita e’ un inferno di grida ed affanni ma in ultima analisi senza senso. L’ennesima variazione sul pensiero caustico, ateo e fondamentalmente materialista di Woody Allen. Non siamo ne’ dalle parti delle sue commedie scoppiettanti ne’ da quelle dei drammi, You Will Meet a Tall Dark Stranger e’ un altro viaggio nell’universo dell’autore tra truffe medianiche, rapporti che non funzionano, paura della morte e svolte inattese.

In particolare da Match Point in poi sembra che Allen sia ossessionato dal possibile criminale che alberga in ognuno. Alle volte e’ possibile assassino altre, come in questo caso, possibile truffatore, ma sempre l’istinto di uscire dai canoni della legge viene dal contingenza, dal caso per l’appunto.
Si racconta di due coppie, la prima Naomi Watts e Josh Brolin sono in crisi perche’ mentre lei lavora lui cerca di diventare uno scrittore ma non guadagna e la seconda, il padre di Naomi Watts (Anthony Hopkins) e una ex prostituta che lui ha sposato (separandosi dalla moglie) per sentirsi vivo hanno a che fare con i tradimenti da parte di lei.

Questa volta non e’ l’intreccio (come in Match Point), ne’ l’umorismo (come in gran parte dei suoi film), ne’ infine il tema ad avvincere, questa volta ad essere straordinario e’ semplicemente il modo in cui Woody Allen racconta l’animo umano. Con semplicita’ e pochi gesti conduce questo viaggio nelle vite semplici (sebbene piene di svolte) dei suoi personaggi, lasciando il pubblico libero di notare e soffermarsi su un’infinita’ di piccoli particolari.

La grandezza straordinaria di questo regista e’ di non porsi nemmeno piu’ il problema di fare un buon film, ma solo di cosa voler mostrare stavolta. Le piccole avventure di piccoli borghesi londinesi tra ironia e impossibilita’ di trovare la propria felicita’, lo vedrete, sono guardate co bonaria partecipazione e senza gli strali che lo caratterizzavano decenni fa, in piu’ sono anche condotte con un’abilita’ narrativa senza pari, superiore anche a quella sempre giustamente celebrata di Eastwood, l’unico altro cineasta d’altri tempi e fuori da questo tempo che ancora scrive e dirige i film con il gusto e la tecnica dei favolosi anni ’50 hollywoodiani.

Artista finito che ripete se stesso a vantaggio di un ristretto gruppo di nostalgici o insuperabile maestro del racconto perfetto? Qui le altre critiche

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