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Due vite per caso, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Due vite per caso Poster Italia 1Regia: Alessandro Aronadio
Cast: Isabella Ragonese, Sarah Felberbaum, Lorenzo Balducci, Monica Scattini, Ivan Franek, Rocco Papaleo, Niccolò Senni
Durata: 88 minuti
Anno: 2010

Ah! Gli esordi italiani…..
Alessandro Aronadio è bravo, questo va precisato subito. Non solo gira con sapienza e mantenendo sempre chiara un’idea di stile che fa da collante estetico di un film che invece, a livello contenutistico, si fonda sullo sdoppiamento, ma è anche molto abile nel raccontare in maniera diretta una storia, sulla carta, non semplicissima.

Siamo dalle parti di Slinding Doors, anche se Aronadio sembra voler tanto stare da quelle di Destino Cieco: la vita di un ragazzo che prende pieghe diverse a seconda dell’esito di un possibile incidente fatto con una volante della polizia. L’idea è di usare il contrasto (o il non-contrasto) con l’ingiustizia perpetrata dalle stesse forze dell’ordine per parlare della rabbia giovane, della violenza inespressa e alimentata da una società che spinge al precariato e che circonda con l’odio. Gli esiti però non sono all’altezza delle ottime premesse.
Con intelligenza il regista divide il film attribuendo ad una delle due vite un tono leggermente più leggero e da commedia e all’altra uno più drammatico e serioso, mentre con la macchina a mano (e non) rimane quasi sempre attaccato agli attori adottando una prospettiva quasi da microscopio che gioca con gli sfocati e i dettagli per impedire (volutamente e con finalità destabilizzanti lodevoli) di percepire la totalità dell’ambiente e quindi della situazione.

Fermo restando qundi quanto di buono si possa dire sulle qualità registiche Due vite per caso si perde, specie nella seconda parte, appresso alla solita schematica divisione tra manifestanti (buoni e innocenti) e forze dell’ordine (matte e fasciste), quando invece la sua struttura lascia trasparire la volontà di operare un racconto più complesso che renda con maggiore obiettività la realtà dei fatti.
Ancora peggio il film è affossato da una serie di citazioni, omaggi e riferimenti al grande cinema ostentate con didascalismo e pretenziosità. Dal finale di I 400 colpi (prima mostrato, commentato e spiegato e poi imitato), al locale chiamato “Aspettando Godard”, dalla musica di Il cattivo tenente allo sparo finto simulando la piastola con le dita di Il Giustiziere della notte fino allo sguardo di consapevolezza che i protagonisti di due vite diverse si scambiano (come in La doppia vita di Veronica o L’uomo in più) e via dicendo tutto è sbattuto e ostentato come giustificazione intellettuale (di cui, lo si dice come lode, non ne avrebbe bisogno) o ancora peggio vanto personale.
E’ un esordio italiano del resto.

Copia carbone vittima di tanto altro cinema più illustre? Opera studentesca? Oppure interessante rielaborazione di miti provenienti dall’altro cinema? Qui le altre critiche

Cinema chiusi fino al 5 marzo, QUI gli ultimi aggiornamenti.


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