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La storia del Peplum, parte 5: gli anni del muto in Italia

Di Marco Triolo

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Siamo finalmente alla parte del nostro viaggio nel cinema epico dedicata ai kolossal italiani. La tradizione di questo tipo di film ha radici antiche quanto il cinema, nel nostro paese, perché già tra i primi lungometraggi del cinema muto italiano si scelsero temi storici legati all’antichità. Un modo per rinverdire al cinema i fasti di un passato glorioso, ma anche per trovare storie che, in quanto universali, potessero unire tutti gli italiani davanti agli stessi eroi. In Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone nasce ad esempio Maciste, falso eroe mitologico in realtà creato di sana pianta, ma che ebbe un successo tale da diventare protagonista di ben altri 27 film solo nell’epoca del muto.

Prima di Cabiria, come già detto, ci fu Quo Vadis? (1912) di Enrico Guazzoni, considerato per ovvie ragioni il primo kolossal della storia: tratto dall’omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz (in seguito più volte adattato al cinema), il film racconta il tormentato amore tra Licia e Vinicio, insidiato dal temibile imperatore Nerone ma salvato dall’intervento del gladiatore Ursus. La produzione fu altamente spettacolare e segnò un punto di non ritorno e un modello poi seguito dal cinema americano: 5.000 comparse, scenografie e set giganteschi e, soprattutto, tridimensionali – non più semplici teli dipinti – e inoltre 2.250 metri di pellicola per due ore di proiezione saranno numeri a cui presto il cinema kolossal si sarebbe abituato. Quo Vadis? fu un successo internazionale: rimase in cartellone per nove mesi a Broadway e venne proiettato in anteprima ai regnanti inglesi. Re Giorgio V ne fu talmente colpito da complimentarsi di persona con gli interpreti.

Ma l’impossibile, ovvero uguagliare un tale sfarzo, divenne possibile solo un paio d’anni dopo con Cabiria, che fu un successo ancora maggiore e lanciò definitivamente il cinema italiano nel mondo. Diretto da Giovanni Pastrone, il film racconta due storie parallele – anticipando Griffith e rendendo più dinamico il racconto cinematografico: quella di Cabiria, figlia di un ricco catanese che fugge dalla casa alle pendici dell’Etna dopo che questa è stata distrutta da un’eruzione, e viene venduta come schiava a Cartagine, ma salvata da un sacrificio dal prode Maciste; e quella della guerra tra Annibale e Roma.

Anche in questo caso, un budget incredibile – un milione di lire-oro, contro le 50.000 medie dell’epoca – 3.500 metri di pellicola per tre ore di proiezione, riprese in Tunisia, Sicilia e sulle Alpi, fecero del film, prodotto a Torino, un caso unico. Cabiria fu un successo enorme, anche grazie alle didascalie di Gabriele D’Annunzio (spacciato come sceneggiatore), che diedero all’operazione una patina intellettuale e letteraria. Fu proprio il poeta a inventare il titolo e i nomi dei personaggi principali. A Pastrone va invece il merito di aver inventato il carrello, con il quale rese dinamico un cinema che fino a quel momento era fatto di inquadrature lunghe e statiche. Il risultato fu l’acclamazione unanime di critica e pubblico: Cabiria rimase sei mesi in cartellone a Parigi, e circa un anno a New York.

Di fronte a tali esempi, impallidiscono altri film prodotti all’epoca, come Spartaco (1913, Giovanni Enrico Vidali) e la prima versione de Gli ultimi giorni di Pompeii (1913, Mario Caserini, Eleuterio Rodolfi). Tuttavia, è bene citarli perché dimostrano ancora una volta quanto le storie prodotte fossero sempre le stesse, girate e rigirate con mezzi sempre più spettacolari e tecnologie sempre più all’avanguardia.

Nel prossimo appuntamento, parleremo finalmente del “Peplum” vero e proprio, quello prodotto in Italia dal 1957 al 1964.


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