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La storia del Peplum, parte 11: Ben-Hur

Di Marco Triolo

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Se c’è un classico per eccellenza, tra i kolossal americani degli anni ’50-’60, questo deve essere Ben-Hur, capolavoro del 1959 diretto da William Wyler. Ben-Hur fu la terza versione cinematografica del romanzo omonimo di Lew Wallace (1880), dopo una di soli 15 minuti (1907), e la ben nota versione diretta da Ramon Novarro (1925).

Ben-Hur racconta la storia del principe ebreo Giuda Ben-Hur (Charlton Heston), che viene prima condannato ingiustamente alle galee romane dal vecchio amico Messala (Stephen Boyd), diventato spietato tribuno in Giudea, per poi tornare in cerca di vendetta per la presunta morte della sorella e della madre, anch’esse catturate dai romani. Ma l’incontro con Cristo gli farà dimenticare l’odio.

Visto oggi, il film soffre di una eccessiva lunghezza (comune nelle produzioni di questo genere) e di una certa enfasi retorica che ne appesantisce soprattutto la parte finale, dopo la corsa delle bighe, quando l’elemento religioso prende il sopravvento. Nonostante ciò, la potenza e la spettacolarità del film rimangono intatte a tutt’oggi. Ben-Hur è per buona parte una storia di vendetta, non c’è alcun dubbio al riguardo. Tutti gli elementi sono al loro posto: c’è il tradimento di un amico, la disfatta di una famiglia per un fatale errore, e infine il ritorno del vendicatore e la punizione del colpevole. E che punizione: la scena madre è la (giustamente) famosissima corsa delle bighe, girata a Cinecittà in 5 settimane dal regista della seconda unità Andrew Marton. Una sequenza entrata nella leggenda, ancora oggi inarrivabile per la tensione magistrale, servita da una regia dinamica e da un montaggio serrato, peraltro in assenza di musica.

Dopo questo lungo arco narrativo, gli ultimi 45 minuti del film virano in una direzione totalmente opposta: Ben-Hur incontra Gesù (che non si vede mai in faccia, anche per volere di Wallace), inizialmente non ne ascolta gli insegnamenti perché accecato dall’ira, ma infine si converte vedendolo spirare sulla croce. Il desiderio di vendetta dunque si placa, e Giuda è un uomo nuovo perché ha accolto gli insegnamenti cristiani. Come detto, questa parte finale è quella che soffre un po’ di più il passare del tempo, perché molto didascalica e quasi “didattica”. Molto meglio la tragica vendetta.

Gore Vidal, qui sceneggiatore, sostiene di aver suggerito a Wyler un sottotesto omosessuale tra Ben-Hur e Messala, suggerimento che secondo lui il regista avrebbe colto. Vidal voleva che si capisse che tra i due, in gioventù, c’era stata ben più di una semplice amicizia. Se si tiene conto di questa lettura, si spiega meglio la reazione eccessiva di Messala al rifiuto di Giuda di fargli da braccio destro: la sua rappresaglia assume il sapore di una ripicca da amante tradito. Non è dato sapere se Vidal dicesse il vero, ma la tensione sessuale tra i due è effettivamente palpabile nella scena in cui si ritrovano dopo anni.

Ben-Hur vinse 11 Oscar, un record mai superato ma solamente eguagliato (da Titanic e Il ritorno del re). Tra questi, ci sono i premi a miglior film, regia, attore protagonista (Heston) e non protagonista (Hugh Griffith). Un film imperdibile.

Nel prossimo appuntamento, visiteremo l’Italia con Le fatiche di Ercole!

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