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Gli amori folli, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Gli Amori Folli Poster ItaliaRegia: Alain Resnais
Cast: Andrè Dussollier, Mathieu Amalric, Sabine Azéma, Michel Vuillermoz, Anne Consigny
Durata: 104 minuti
Anno: 2009

Da quando lo fece Truffaut con Abel Gance è diventata efficace figura retorica affermare che un cineasta molto vecchio ma ancora in attività è “il più giovane tra i nostri registi” e sarà forse per l’assonanza nouvellevaghesca ma guardando Gli amori folli non si riesce a non pensare a quest’affermazione.
Già Cuori aveva mostrato che a 84 anni Resnais ha ancora idee da vendere. Ora, a 88 anni, ha realizzato un film che, pur mostrando la mano grinzosa che l’ha composto attraverso una pomposità e un retaggio letterario che sono sia caratteristica degli anziani sia di quella generazione di cineasti francesi, ha la rapidità di movimento di un ventenne!
Se al confronto penso a Le Rose Del Deserto mi sento male.

Gli amori folli (ah! L’amore nei titoli italiani…) comincia con le erbe folli del titolo originale, cioè quelle piante che in maniera totalmente inaspettata fanno la cosa più strana e imprevedibile, crescono tra le pieghe dell’asfalto e delle rocce (facile metafora dei sentimenti dei protagonisti), dopodichè è un turbine di eventi, amori, follie da parte di una coppia di circa-sessantenni. Storie che sembrano quasi di provincia per quanto sono piccole e ordinarie, fatte di sentimenti ed intrecci in cui Resnais cerca una dimensione estetica tutta particolare in grado che consenta le venature di grottesco di cui contamina il film e soprattutto eviti la piccolezza per giungere alla grandezza.

E’ anche un film divertente Gli amori folli, a tratti surreale (le sequenze felliniane nell’hangar) a tratti sognante, a tratti metacinematografico e colmo di quelle caratteristiche del cinema francese anni ’60 (che nemmeno Audiard disdegna) come mascherini ad iride e la retorica sul cinema, la sala e i film.
Ma come si diceva nel suo raccontare di un amore folle che scoppia fuori tempo massimo, ma non per questo rinuncia alla sua forza, Resnais, utilizza punti di inquadratura inusuali (mai vista una scena in macchina filmata così con quelle variazioni cromatiche date dal semaforo) e muove la macchina da presa per vie stranissime, a volte anche poco funzionali, giusto per sperimentare modi nuovi di guardare ai medesimi racconti.

Su tutto aleggia una colonna sonora di Mark Snow modernissima, un altro elemento straniante che contribuisce a modificare la lettura di quella storia e quelle immagini. Cioè un altro elemento formale molto modernizzante affiancato e ben amalgamato con una storia vecchio stampo.

Film vecchio stampo o più moderno di tante cose girate da registi più giovani? Dove si colloca Resnais tra i vecchi o tra i giovani? Qui le altre critiche

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