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L’amante inglese, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

LAmante inglese Poster ItaliaRegia: Catherine Corsini
Cast: Kristin Scott Thomas, Sergi López, Yvan Attal, Bernard Blancan, Aladin Reibel
Durata: 85 minuti
Anno: 2009

Francia, due stranieri (una inglese e uno spagnolo) entrano in contatto casualmente, lei è sposata con l’uomo che ha dato l’incarico a lui di fare dei lavori nella villa dove abitano. Il ruvido fascino del tuttofare spagnolo fa breccia nel cuore della mogliettina non eccessivamente soddisfatta. Di lì ad un delirio di separazioni, ripicche, vendette e sofferenza ci manca poco.
Narrato con stile essenziale e molto poco spettacolare L’amante inglese racconta con la calma compassata che hanno gli eventi visti da lontano, un turbine di sentimenti sconvolgenti, una passione in grado di superare l’affetto verso la famiglia, l’unione con i cari e anche la propria individuale convenienza. Per il suo amante spagnolo la donna inglese rinuncerà a tutto, anche più di quanto sia disposto a fare lui.

I francesi da decenni ci hanno abituato a racconti d’amour fou, in cui l’irrompere del sentimento nella vita quotidiana porta rivoluzioni e sconvolgimenti superiori alle intenzioni di chiunque e impossibili da frenare. A questo Catherine Corsini non aggiunge molto se non due protagonisti che non vivono la Francia da cittadini ma, ognuno a modo loro, in quel paese sono ospiti.
E ospite quasi non lo è più Kristin Scott Thomas non certo al primo film in Francia (già l’avevamo vista in Ti amerò sempre) ma che sembra nata per quel tipo di atmosfere. Il modo in cui il suo corpo spesso usato dal cinema americano come grande caratterista si adatta invece a ritmi, costumi e usanze del più austero cinema dell’Europa continentale ha del fenomenale.

Più francese di una francese e non curante della tradizionale compostezza attribuita al popolo britannico, regala al suo personaggio un coinvolgimento che è superiore anche a quello del latino g>Sergi Lopez, in una fusione non riuscitissima ma sulla quale sicuramente il film punta, con l’ambiente che la circonda.
Il doppiaggio italiano perde le sfumature, gli accenti e la cadenza con cui la donna inglese contamina il suo francese, quelle nuances che rendono il suo personaggio un alieno inserito però in paesaggi pienamente francofoni.
L’ambiente con ogni pianta, raggio di sole e pezzo d’architettura parla francese ma lei con la sua lingua imperfetta sembra andare oltre le classiche figure cui il cinema di Truffaut e soci ci ha abituato. E, chiaramente, diventa la cosa migliore di tutto il film.

Passati gli anni ’70 le storie d’amour fou hanno ancora senso? Riescono ancora a parlarci di sentimenti e relazioni come una volta? Qui le altre critiche

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