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Invictus – L’invincibile, la recensione

Di Gabriele Niola

Invictus Poster ItaliaRegia: Clint Eastwood
Cast: Matt Damon, Morgan Freeman, Scott Eastwood, Langley Kirkwood, Grant Roberts, Bonnie Henna, Patrick Mofokeng, Louis Minnaar, Marguerite Wheatley, Matt Stern, Tony Kgoroge, Chester Williams, Leleti Khumalo, Julian Lewis Jones
Durata: 133 minuti
Anno: 2010

Sembrava un soggetto perfetto per Clint. C’è l’etica di un paese in rinascita, ci sono gli sconfitti che alzano la testa, c’è la forza virile dello sport e la dolcezza reazionaria della vittoria contro tutto e contro tutti, c’è un personaggio mitico e carismatico (Mandela) e ci sono degli umili a cui guardare.
C’è anche un interprete d’eccezione (Morgan Freeman) in un ruolo da lui agognato e per il quale sembra nato, che unisce le forze con uno dei registi con cui si trova meglio.
Tutto sembrava essere al posto giusto e invece, come nello sport, non sempre 1+1 fa 2 e così da tante cose buone non esce un buon film.

Invictus, tra le molte cose, soffre forse di un eccesso di commissione. Sembra infatti che sia stato Morgan Freeman a fare pressione sull’amico regista per poter finalmente interpretare Mandela nella storia tratta dal libro “Ama il tuo nemico” di John Carlin, così si giustificherebbe un lavoro totalmente privo d’ispirazione che procede solo in virtù della rigorosa (sempre di Clint parliamo!) applicazione di schemi e dinamiche oliatissime.
La storia del Sudafrica che cerca di diventare la “nazione arcobaleno” a ridosso dell’elezione di Mandela (“Il Sudafrica è fatto ora tocca fare i sudafricani” verrebbe da dire), anche grazie all’insperata vittoria degli Springboks nel mondiale di rugby ospitato in casa, procede su diversi binari. Da un parte i giocatori e il capitano Matt Damon, l’elite bianca che entra in contatto con il carismatico presidente e scopre la maggioranza nera, dall’altra il presidente, le sue difficoltà (accennate) nella vita privata e la sua risoluta determinazione nel comprendere che lo sport in quel momento può essere più importante degli oleodotti e infine le guardie del corpo nere che devono lavorare a fianco di quelle bianche (appartenenti alla precedente amministrazione), le quali per sineddoche rappresentano tutta la popolazione sudafricana divisa tra odio per gli ex-dominatori e diffidenza verso i neo-liberati.

Purtroppo più in là di così non si va. I dialoghi sono ai minimi storici, didascalici fino allo sfinimento senza nemmeno l’alibi della chiarezza e la trama ha diversi acuti di agiografia, mentre la scansione del racconto è (incredibile a dirsi) pessima, specie per quanto riguarda la marcia trionfale degli Springboks nel mondiale. Allora anche la scena madre della visita nella prigione dove fu detenuto Mandela suona melensa, accompagnata da uno score (come spesso avviene composto da Eastwood) anch’esso poco ispirato.
A risollevare le sorti del film arrivano unicamente le scene di sport, il rugby filmato in mezzo al campo con uno sguardo tra il rispettoso e il coinvolto che impressiona (come sempre capita con i film sportivi americani) e fa anche un po’ pensare al film che sarebbe potuto essere e non è stato.

Scivolone d’autore, clamoroso buco nell’acqua oppure un film di Clint è sempre un film di Clint anche quando non riesce? Qui le altre critiche

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