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Crazy Heart, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Crazy Heart Poster USARegia: Scott Cooper
Cast: Jeffrey “Jeff” Leon Bridges, Colin Farrell, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Beth Grant, Ryan Bingham, Rick Dial, Debrianna Mancini
Durata: 112 minuti
Anno: 2009

Fare un paragone con il recente The Wrestler sarebbe oltre che ingiusto (troppo più alto l’esperimento, riuscito, di Aronofsky/Rourke) forse anche sbagliato perchè il racconto di seconda occasione di uno sconfitto dalla vita (uno che una volta era grande) non l’ha certo inventato il lottatore degli anni ’80, ma affonda ben più indietro nella memoria statunitense. Eppure è anche innegabile quanto il country singer di Crazy Heart riproponga i medesimi temi, problematiche e crisi, ricalcando (fino ad un certo punto) la parabola che aveva dato successo a Rourke.

Se però The Wrestler era un prodotto da festival, animato da sottotesti crudi e senza pietà, questo è un prodotto da Oscar, animato da pochi sottotesti, molta musica, molti buoni sentimenti e l’eterna ideologia dell’America dei grandi spazi e dei suoi cantori.
Conscio di tutti i propri limiti Crazy Heart fa quello che si fa in questi casi: scrive bene, musica pure meglio, sceglie un ottimo attore a cui dare in mano un po’ tutto e fa un racconto che scalda il cuore e insegna qualcosa. E lo fa bene.

Se gli si deve davvero trovare un difetto è forse endemico al cinema americano che è sempre stato un cinema più di spazi che di volti, cosa che si rivela controproducente proprio in un film come questo nel quale, pur avendo un Jeff Bridges credibile e perfetto nella parte dello sfasciato di prima categoria, poi non gli mette accanto un cast altrettanto credibile, a partire da Maggie Gyllenhaal, brava ma dotata di un volto hollywoodiano e non da rovinata di Santa Fe come dovrebbe essere.
Accade dunque che la parabola da America profonda ancora una volta ha paesaggi straordinari, vasti, funzionali e americani ma anche molti volti puliti e rilassati da infinite sessioni di massaggi a Los Angeles e non facce belle ma volgari della provincia.

Ad ogni modo la statura dell’opera è indubbia. Se anche noi qui in Italia, senza capire le parole delle canzoni cantate (importantissime), senza avere il country nella nostra cultura e vedendo il film doppiato (quindi senza il lavoro sulle inflessioni dialettali) riusciamo ad essere mossi dalla parabola di Bad Blake che, caduto, cerca di rialzarsi tutto da solo, allora il film funziona veramente.

E’ già pronto l’Oscar per Jeff Bridges? E se si, lo merita per questo film o sono anni che lo meritava e poco importa per cosa lo prenda? Qui le altre critiche

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