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Tra le nuvole, la recensione da Roma

Di Marco Triolo

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In occasione dell’uscita di Tra le nuvole, nei cinema da domani, riproponiamo la nostra recensione scritta durante il Festival di Roma…

Jason Reitman fa centro ancora una volta, e stavolta sono tre strike di fila. E se c’è una giustizia, Tra le nuvole vincerà il festival di Roma. Capiamoci: Thank You For Smoking e Juno sono due ottime pellicole, che già avevano fatto capire con chiarezza quanto il figlio del regista di Ghostbusters fosse un cavallo di razza pura quanto il padre, se non forse di più (e qui mi sbilancio, da grandissimo fan di papà Ivan!). Ma Tra le nuvole mette k.o. i precedenti sforzi di Reitman e ci regala pure una delle migliori interpretazioni di George Clooney, se non forse la migliore. Speriamo che l’Academy glielo riconosca!

Tra le nuvole racconta la storia di Ryan Bingham: Ryan, come tutti, ha un lavoro, che però non è un lavoro come tutti. Ryan licenzia le persone per conto di un’agenzia, che viene chiamata in causa quando il datore di lavoro interessato “è troppo cacasotto” per licenziare gli impiegati da solo. E in un momento come quello presente, con migliaia di lavoratori che vengono lasciati a casa, gli affari vanno a gonfie vele, ma il pelo sullo stomaco assume le proporzioni della pianta di fagioli magica.

Per fare il suo lavoro, Ryan si muove in aereo: è costantemente in viaggio, 322 giorni l’anno. La sua “casa” a Omaha, Nebraska, è un tugurio di due metri per due, ma lui non ne ha davvero bisogno: la sua vera casa sono gli aeroporti, la sua routine quotidiana sono i check in, il sushi scadente, le mini porzioni che servono in volo. Ma Bingham è un uomo disperatamente solo, anche se circondato da centinaia di persone.

E’ proprio la solitudine il tema principale del film: Reitman sceglie, come per Thank You For Smoking, una figura ambigua con un lavoro sgradevole per raccontare come anche dietro la persona apparentemente più distaccata si celi un essere umano, con i suoi dubbi, le sue false certezze. Che vengono puntualmente scaraventate nel caos quando nuovi elementi inaspettati entrano nella sua vita: in questo caso, una compagna di viaggio (Anna Kendrick), un cambio radicale nella gestione dei licenziamenti (non più di persona, ma via internet da un ufficio a Omaha) e un’amante (Vera Farmiga) che pian piano sembra diventare quella giusta. Ryan recupera i rapporti con le sorelle, matura davvero e capisce che essere soli non è la soluzione migliore, ma che al contrario “tutti i migliori ricordi li abbiamo vissuti con qualcuno”. Sembra una bella commedia americana a lieto fine, ma quello che dà davvero la spinta finale, trasformando Tra le nuvole in un piccolo capolavoro, è l’amarezza di fondo, la consapevolezza che, anche se noi siamo pronti a cambiare, a dare una svolta, non è detto che il mondo ce la conceda.

Il tutto ovviamente incorniciato da una grandissima regia, un Clooney straordinario e pieno di sfumature, tantissimo humor e una riflessione mica male sulla presente crisi economica. Alla fine c’è comunque un grande messaggio di speranza: a volte una caduta può essere l’occasione perfetta per rialzarsi più forti e realizzare i propri sogni.

Qui e qui trovate i due appuntamenti precedenti con “Tra le nuvole countdown”: uno sguardo ai premi vinti dal film e una lunga intervista a Jason Reitman.

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