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Pusher 2, recensione dal Torino Film Festival

Di Gabriele Farina

E così chiudo il mio Festival come l’avevo aperto: tornando a Nicolas Winding Refn (che probabilmente è la vera sorpresa per il pubblico italiano di questo TFF27).
Come nasce Pusher 2 lo abbiamo imparato guardando Gambler e passare dall’esterno all’interno del film regala una buona sensazione.

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Protagonista è questa volta Tonny, che in Pusher aveva un ruolo minore, un ruolo da spalla di Frank.
E Tonny ricomincia come aveva interrotto nel primo episodio della trilogia. Lì era uscito di scena dopo il pestaggio subito ad opera di Frank e qui lo ritroviamo che subisce un pestaggio in carcere… sarà destino.
E con Tonny ritroviamo quella Copenaghen sporca, violenta, malata che Refn ci ha insegnato a conoscere.

Il film è uno spin-off che nasce dal primo Pusher. La vicenda è completamente autonoma e potrebbe tranquillamente funzionare da sola. Certo, chi ha già visto il primo sa bene da dove arrivano quelle cicatrici sulla testa del protagonista e farà un sorrisino nel veder comparire all’improvviso il vecchio Milo (che sarà poi protagonista assoluto di Pusher 3).

La vita di Tonny è un delirio di casini uno dietro l’altro. Lui mantiene le caratteristiche che abbiamo già conosciuto, il che vuol dire che il ragazzo non è certo una cima, ed il fatto che sia costantemente sballato di certo non aiuta.
Si muove in un sottobosco fatto di droga, violenza, spaccio, furti di auto.
Il boss è questa volta il Duca, per inciso padre di Tonny, che tra le altre attività gestisce un’officina che smercia più che altro auto rubate.
Ma la new entry più rappresentativa è Kurt il pappone, imbranato quasi quanto Tonny e titolare del debito che fa da linea guida per la vicenda (si, proprio un debito come in Pusher).

E di Pusher ritroviamo anche le soluzioni tecniche che ne hanno decretato il successo, dalla macchina da presa che nervosamente si muove inseguendo i personaggi, anticipandoli, quasi tamponandoli, alle musiche capaci di creare l’atmosfera corretta, fino ovviamente alla sigla di apertura, così riconoscibile, ritmica e coinvolgente.

Torniamo per un momento con Tonny, presente in scena per praticamente tutta la durata della pellicola. Ci mostra tutta la sua incapacità ma non fatichiamo a schierarci dalla sua parte visto che tutti quelli che lo circondano lo considerano un buono a nulla (criminalmente parlando) e lo trattano come tale.
In più Tonny si ritrova con un figlio tra i piedi, figlio di cui non vorrebbe saperne niente ma al quale inevitabilmente si affeziona.
E quel finale col protagonista in fuga dopo aver rapito il neonato potrebbe essere un lampo di speranza per il futuro come pure l’ennesima cazzata del tossicodipendente Tonny.

E non posso esimermi dal chiudere con l’ironia che Refn riesce a insinuare in un film completamente, fortemente, totalmente drammatico. La sequenza di Tonny con le due prostitute, con lui che cerca di richiamare un’erezione che proprio non ne vuole sapere mentre le due ragazze si impegnano (poco) in una simulazione di un rapporto di sesso lesbico è decisamente apprezzabile per l’ironia con cui il povero protagonista affronta il problema. Ennesimo della lunga serie di problemi che lo assillano.

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