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Pontypool, recensione dal Torino Film Festival

Di Gabriele Farina

Si può fare un film che si basa completamente sull’audio?
Si può girare un horror senza mostrare praticamente nulla di quanto accade?
Bruce McDonald ci dimostra assolutamente di si grazie a questo sorprendente Pontypool.

pontypool

Grant è uno speaker radiofonico con un discreto passato. Ora lavora nella piccola emittente di Pontypool.
Con lui ci sono in studio la produttrice Sydney ed il tecnico, la giovane Lauriel-Ann.
Fuori è una di quelle giornate tremende a cui il Canada è abituato in inverno.
Tutto sembra scorrere secondo i monotoni binari quotidiani quando l’inviato per le strade riferisce in diretta che ci sono degli scontri vicino alla casa del dott. Meder.
La situazione precipita velocemente.
Un virus fa impazzire gli abitanti e li spinge ad uccidere. Un virus che si trasmette tramite le parole. Sono le parole ad essere infette, non il respiro, proprio il suono… anzi proprio il suono di determinate parole.

Non vado oltre col raccontarvi la trama per non rovinarvi la visione che spero prossima del film anche in Italia.
Torno però alla domanda iniziale.
Si può fare un film in cui le imagini hanno meno peso dell’audio?
Pontypool si svolge interamente all’interno della radio, mentre la vicenda si svolge all’esterno.
Noi scopriamo quello che succede grazie alle telefonate dall’esterno, ai collegamenti dello speaker.
E tuttavia il risultato è incredibilmente efficace. La tensione cresce velocemente, il ritmo è teso.

E ben presto gli sguardi delle tre persone in radio e le voci che arrivano dall’esterno trasformano la tensione in terrore.
I protagonisti sono braccati, schiacciati da un qualcosa che non possono vedere, e per una volta lo siamo anche noi. Completamente all’oscuro di quello che accade. Verità o bufala?

Come? Vi ricorda qualcosa?
Bravi. Siamo dalle parti de La guerra dei mondi, la più grossa burla del secolo scorso, la trasmissione radiofonica con cui Orson Welles terrorizzò gli Stati Uniti.
Funzionò allora e rende molto bene ancora oggi.

Le uniche immagini in esterno sono delle inquietanti riprese/ritratti in bianco e nero delle prime vittime, immagini che scorrono mentre Grant fa un primo bilancio.
Può quindi un horror, un genere che si basa molto sull’effetto visivo, funzionare senza far vedere nulla?
Solo dopo più di un ora di film il virus riesce ad entrare in radio e McDonald ci regala l’unica sequenza visiva horror (quasi splatter) dell’intero film: la ragazza infettata che come un automa sbatte contro il vetro della cabina di registrazione fino a spappolarcisi contro.

Da quel momento in poi ci aspettiamo che il sangue inizi a scorrere, ed invece abbiamo giusto qualche infetto (che ricordano molto da vicino gli zombie romeriani) che si affolla per le scale.
E tuttavia il film funziona, funziona benissimo, è un vero horror.
Vedere (pardon, sentire) gli infetti che ripetono all’infinito come una lagna la “loro” parola malata è terrorizzante come veder spaccare un cranio con un ascia.
Sapere che il pericolo arriva dal linguaggio, che non si può parlare, che si rischia di ritrovarsi a ripetere all’infinito la stessa parola… la stessa parola, è estraniante, devastante, preoccupante, estraniante… estraniante… estraniante.

Del resto si dice che la parola…. la parola… ferisca più della spada… la parola… la parola… la parola… la parola… la parola… la parola… la parola… la parola… la parola… la parola… ehm… la parola… la parola… la parola… la parola… la parola… la parola…

soloparolesparse


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