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Nowhere boy, recensione dal Torino Film Festival

Di Gabriele Farina

Credo che tutto l’interesse per Nowhere boy sia dovuto alla storia raccontata, la vita del giovane John Lennon, il suo rapporto contrastato con la madre e con la zia e la nascita della passione per la musica.
Quindi mettetevi comodi che ve lo racconto.

nowhere-boy

Entriamo nella vita di John a quindici anni e lo troviamo che vive in casa della zia Mimi e dello zio George, solo che arriviamo proprio quando George muore lasciando un bel buco nell’animo di John.
Scopriamo presto che la madre di John è viva ed è a poche strade di distanza. In realtà non l’ha mai saputo nemmeno lui e quando lo scopre ci rimane maluccio.
Inizia però un rapporto contrastato con la madre, che ha altre due bambine (una delle quali è l’autrice del libro da cui il film è tratto) e si è risposata.

La zia continua ad occuparsi di lui, con la madre fugge per giornate di divertimento ed impara ad amare il rock’n’roll e a suonare il banjo.
Nel frattempo irrompe Elvis ed il buon John, come tutti i suoi coetanei, ne rimane affascinato, tanto da vestirsi come lui e voler mettere in piedi un rock band con amici che in realtà sanno anche poco suonare. Nascono così i Quarryman.
Al gruppo si associa ben presto un ragazzo che suona la chitarra al contrario, tale Paul McCartney.
Incredibile a dirsi i Quarryman hanno un buon successo ed il duo John-Paul fa faville anche con le ragazze.
Intanto John scopre come a cinque anni la sua vita è stata rivoluzionata per colpa di genitori vagamente imbranati e di nuovo ci rimane maluccio mandando a quel paese zia e madre.
Sbollito il rancore decide però di perdonare tutti e la sua vita prende una strada più serena.

Questo è quanto.
Per il resto Nowhere boy è un film ben raccontato, senza troppi fronzoli.
Sam Taylor Wood è bravina e riesce anche ad inserire la curiosa sequenza del giovane Lennon che impara a suonare la chitarra. Lui tranquillo che strimpella ed intorno a lui il mondo che corre veloce (buona metafora che rende bene).
E bravino è anche Aaron Johnson, che riesce a rendere discretamente l’animo tormentato dell’artista.

Naturalmente c’è dentro anche tanta ottima musica anni 50, diciamo pre-Beatles, ed è un piacere ascoltarla.

Direi che c’è poco altro da raccontare se non notare che mi sembra una bella impresa mettere insieme un intero film sulla vita di John Lennon senza mai nominare, nemmeno una volta, i Beatles.
Geniale il finale in cui John va dalla zia e viene fuori un dialogo di questo tipo:
“Vado ad Amburgo, in Germania”
“Con la tua nuova formazione? Come si chiama…”
“Ti interessa davvero saperlo?”
“No, in realtà no…”

soloparolesparse


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